Networ…chi?

Photo by Luca Sartoni

Sono passati ormai due anni dalla mia prima girl geek dinner, ricordo ancora il mio arrivo a Milano intimorita. Non conoscevo nessuno e ci ho messo un po’ prima di trovare il coraggio ed entrare nel locale che ospitava la cena. All’ingresso sono stata accolta con molto entusiasmo dalle ragazze del team che hanno cercato subito di farmi sentire a mio agio.
Dopo essermi ovviamente buttata sul buffet per nascondere l’imbarazzo (e placare la fame) mi sono ritrovata in un angolo a fare tapezzeria. Molte persone già si conoscevano, la gente arrivava e si salutava e io ero troppo timida per buttarmi nella mischia fino a quando non sono arrivate due splendide fanciulle sorridenti,  Paolina e Domitilla,  che hanno iniziato a chiacchierare con me. Da lì un po’ alla volta ho conosciuto tutti e sono tornata a casa davvero soddisfatta.
Avevo apprezzato tanto la serata, l’atmosfera, la voglia di conoscere persone nuove con le tue stesse passioni. Quella è stata la prima ggd di una lunga serie da cui poi è partita l’idea di creare il gruppo anche a Brescia.

Ieri sera ero al quinto compleanno delle GGDMilano. Con me c’erano due amiche una delle quali era alla sua prima cena geek. Un po’ delusa mi dice “Mi aspettavo una cosa diversa, qui tutte parlano tra di loro e fanno gruppetto, a nessuna interessa conoscere persone nuove”.
La cosa che più mi ha fatto riflettere, oltre al constatare che avesse ragione, è il fatto che ormai sono talmente abituata a queste dinamiche da non farci nemmeno più caso. Queste cene sono diventate la scusa per rivedere conoscenti che normalmente, presi dalla frenesia della vita di tutti i giorni, si fatica ad incontrare; una sorta di aperitivo tra amici.. con il vantaggio di non avere lo sbattimento dell’organizzazione perché c’è chi ti dice dove e quando.
La sensazione è che l’idea di networking (e un po’ anche di geek) che sta alla base di questi incontri sia andata scemando per lasciare il posto all’autorefenzialità e all’esigenza di creare valore aggiunto… per sé stessi.

È solo una mia impressione o si sta partendo un po’ per la tangente?

PS: Il prossimo mese dovrebbe esserci la nostra prima cena a Brescia. Ecco, se qualcuno di voi verrà e riscontrerà un clima del genere… è pregato di venire a prendermi per le orecchie :)

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“Aiutiamo l’Italia a sorridere”

Ieri sono venuta a conoscenza del progetto Colgate “Aiutiamo l’Italia a sorridere” e ho accolto con molto entusiasmo questa iniziativa per due ragioni fondamentali:

1 – “mi piace” questo elemento. Adoro quando i social vengono utilizzati per scopi utili e approvo la scelta di beneficiare della tendenza dilagante di esibirsi e mostrarsi in rete per sostenere una buona causa. Colgate infatti al raggiungimento di 1 milione di sorrisi virtuali donerà 100.000 euro a SOS Villaggi dei Bambini Onlus, un’organizzazione internazionale privata, apolitica e aconfessionale che ogni giorno accoglie oltre 450 bambini e ragazzi privi di cure familiari nei suoi sette villaggi italiani.
2 – Madre Natura mi ha dotato di due deliziose fossette che compaiono sul mio viso solo quando sorrido, e in questo caso mi si chiede di dare il mio contributo con un’attività che mi riesce particolarmente bene.

Ora però tocca a voi…
Cosa potete, o meglio, DOVETE fare?

Andate sul sito www.aiutiamolitaliaasorridere.it e

- donate il vostro sorriso: potete scattare direttamente una foto tramite webcam o caricarne una che già avete (+ 50 sorrisi)
- condividete l’immagine su Facebook (+ 10 sorrisi)
- invitate gli amici a sorridere (+ 5 sorrisi)
- partecipate su Facebook all’iniziativa cliccando il “Mi piace” della pagina, dei post, commentando o mettendo il badge alla foto del profilo (ogni azione altri 5 sorrisi)

Cheese :)

 

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L’arte di improvvisarsi Digital PR

Sempre più spesso in questo ultimo periodo mi sono ritrovata a riflettere sull’attività di Digital PR. Da un lato il mio ruolo nella startup in cui lavoro richiede delle attività trasversali che comprendono anche questa competenza. Dall’altro il semplice fatto di avere un blog (seppur personale, poco curato e spesso abbandonato a se stesso) pare abbia fatto di me una blogger e quindi destinatario di mail da parte di agenzie di digital PR.
Da qui nascono alcune mie considerazioni.
Per carattere tendo sempre a voler fare le cose con competenza, professionalità e cognizione di causa. Non sono nata “imparata” e non ho fatto studi universitari nel settore (sempre che ne esistano). Mi sono però documentata, ho osservato e a questo ho aggiunto una giusta dose di buon senso.

Nel frattempo ricevo mail di inviti ad eventi. Tra queste ci sono anche quelle di agenzie serie e molto professionali alle quali rispondo sempre con molto piacere.

Ma ci sono anche casi di agenzie che, a mio avviso, si improvvisano esperte di digital pr magari perché lavorano sul web (probabilmente facendo siti internet) e devono “fornire al cliente un servizio a 360°” (non l’avevate mai sentita vero?)

Ma parliamo di casi concreti. Non entro nel merito degli errori di ortografia, refusi, a cui sarebbe giusto prestare attenzione ma possono capitare. I contenuti e il modo però li trovo fondamentali.

1 – a giugno ricevo l’invito ad un evento “riservato ai blogger (10 massimo)”, talmente esclusivo che “saresti le uniche mamme”. Mi sfugge un particolare, da quando sono una mamma?

2 – ad agosto altro invito per partecipare “al nostro blogger day speciale mamme e bambini”. Rispondo che sono interessata specificando però che non sono una mamma e, per la proprietà transitiva, non ho bambini :) Il mittente, non sapendo come uscirne mi risponde invitandomi al press day poiché “se non hai bimbi ti annoieresti al blogger day non credi”? Anche qui mi sfugge un particolare, ma non siete stati voi ad invitarmi?

3 – non più tardi di ieri ricevo una mail che mi si chiede di “mantenere riservata” (chiedo scusa per la fuga di notizie ma trattasi di dettaglio probatorio ;) ) poiché è rivolta “alle migliori 25 blogger del mondo beauty e lifestyle”. Segue la spiegazione dell’evento/campagna/nonhocapitobenecosa. Anche qui mi sfugge una cosa, io cosa c’entro? Rispondo che l’evento mi interessa ma che, come dovrebbe sapere, ho un blog assolutamente personale che non tratta di beauty. Nessuna risposta.

L’impressione che ho è che si sia diffusa l’idea che per fare digital pr si debba riempire il blogger in questione di complimenti, moine e lusinghe che sconfinano nella ruffianeria.

Con me questo atteggiamento non funziona, anzi, mi indispone.
Perché devi fingere di leggere il mio blog se nemmeno sai di cosa parlo?
Perché prima di farti passare dei database a caso non passi 10 minuti a cercare di sapere qualcosa della persona a cui stai per scrivere? Lo so, ci vuole tempo ma come puoi instaurare una relazione (ricordi P sta per public ma R per relation?!) se non sai chi stai contattando? Qual è il valore aggiunto che fornisci al tuo cliente invitando al suo evento l’ultimo blogger che sei riuscito a raccattare a caso?

Io queste mail le tengo a perenne monito per ricordarmi cosa NON fare. Nel frattempo spero che il lavoro delle agenzie serie non venga svilito da questi esperti dell’improvvisazione.

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Di bene in meglio

Credevo fosse difficile trovare una location all’altezza della precedente, nonostante gli spazi diventati ormai strettissimi e il caldo che iniziava a farsi sentire eccessivamente. Così quando mercoledì ho lasciato Castello Malvezzi devo ammettere che avevo un po’ di tristezza nel cuore. Era un aspetto che ho troppe volte sottovalutato negli ultimi anni, ma spesso la location giusta aiuta eccome nell’approccio con cui vivi il lavoro oltre che contribuire a concentrazione e creatività. Me ne sono resa conto ogni mattina, quando percorrendo la non proprio comodissima e alquanto tortuosa strada che mi portava in ufficio mi bastava salire lungo il viale alberato di ingresso al castello per sentirmi meglio. Può sembrare banale ma passare le ore lavorative osservando pavoni, upupa e un giardino fiorito al posto delle rotaie di una ferrovia può fare la differenza anche in termini di stimoli lavorativi.
Eppure Brescia è riuscita ancora a sorprendermi. In una zona industriale che credevo adibita ai magazzini dei vari corrieri espresso si nasconde un altro piccolo gioiello immerso nella natura: il Superpartes Innovation Campus. Quando il cancello d’ingresso si apre trovi ad accoglierti un meraviglioso parco e la mancanza dei pavoni viene ampiamente sostituita dalla presenza dei dolcissimi caprioli. A questo si aggiunge il fatto che abbiamo la grande opportunità di entrare in contatto una nuova realtà che ha l’innovazione nel dna oltre che nel nome. :)
Alla domanda di rito che con una certa assiduità mi viene fatta “perché non cerchi lavoro a Milano?” più che mai rispondo… “perché fino a quando ho la fortuna di poter lavorare in posti come questo io da qui non mi muovo”. E non solo per il verde, ma perché sono convinta che non si debba necessariamente andare a Milano per respirare innovazione :)

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Toda, Israele!

Da giorni tento di raccogliere le parole con l’intento di trasmettere le emozioni che mi porto dentro al termine di questo viaggio ma l’impresa sta risultando più difficile del previsto. Il motivo è che torno con un turbinio di emozioni ed esperienze fortissime e con l’incapacità di riuscire ad esprimerle adeguatamente, o peggio ancora, con la paura di svilirle.
Sono partita credendo di essere preparata su questo Paese, qualche film, un paio di libri specifici pensavo fossero sufficienti a darmi un’infarinatura di quella realtà. Mi sbagliavo.
Ho visto un terzo delle cose che avevo in programma di vedere ma questa è la cosa positiva visto che mi impone un prossimo viaggio in questa terra. :)
Una persona mi ha chiesto come mai io, atea praticante, miscredente avessi questo desiderio fortissimo di conoscere una terra che trasuda spiritualità, religione e misticismo. Le risposte sono tante e quasi nessuna ha a che fare con la religione, nel senso che non ero in alcun modo alla ricerca della vocazione religiosa ;) . Anzi, questo viaggio non ha fatto altro che confermare le mie convinzioni sulla religione.
Il motivo principale era che volevo farmi una mia idea sulla “questione palestinese”, qualcosa che andasse oltre il semplice leggere libri scritti da israeliani e palestinesi vedendo con i miei occhi queste realtà e il modo in cui vivono e convivono. Mai più di tutto perché sono sempre stata convinta (e lo sono più che mai dopo questo viaggio) che la diversità sia una grandissima ricchezza ed ero certa che questo paese con le sue contraddizioni, le sue culture, i suoi popoli e le sue religioni mi avrebbe fornito tantissimo materiale “nuovo”, degli stimoli diversi da quelli che sono abituata a respirare quotidianamente. E parlo di tantissimi aspetti: un miscuglio di profumi che provengono da cucine differenti, quartieri in cui convivono sinagoghe, moschee e chiese, contaminazioni musicali, abbigliamenti differenti, tradizioni religiose che si accavallano.
Forse ho solo bisogno di metabolizzare ancora un po’. Anche perché mi piacerebbe molto condividere le mie impressioni su questo viaggio con qualcuno che ha intenzione di visitare questo paese ma che magari ha delle remore.
Nel frattempo ho altri film da vedere, una decina di nuovi libri che mi serviranno a dare delle risposte alle mie nuove domande, e un corso di ebraico che non vedo l’ora di cominciare :)

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E morì con un felafel in mano

Sono in Israele da meno di 24 ore e già amo questa terra, ma non c’è da sorprendersi, la amavo prima di partire… Nei libri e nei film che per mesi ho letto cercando di capire e approfondire un territorio che mi affascina e mi incuriosisce. Non sto a spiegare cosa significhi per me questo viaggio, è qualcosa di talmente personale che farei fatica a trasmetterlo.
L’uscita dall’aeroporto è stata più semplice del previsto, poche domande di rito a cui ho saputo rispondere con il mio inglese stentato niente di simile alle leggende metropolitane che mi è capitato di sentire in giro.
Siamo arrivati di sabato, giorno in cui il paese si ferma a causa dello Shabbat, per poi ripartire a pieno ritmo al tramonto. A questo si aggiunge la coincidenza con il Ramadan, per cui il tramonto è davvero il momento in cui il paese torna a rianimarsi.
Le case hanno tutte delle magnifiche terrazze e ci vuole poco per scoprire che per vivere a pieno la vita del luogo devi cominciare a camminare con il naso all’insù. C’è un mondo intero su quelle terrazze.
Il cielo è così strano qui.
I cibi sono decisi, forti e speziati… Il loro sapore ti rimane in bocca per ore e i felafel sono quanto di più buono abbia mai mangiato.
Jaffa è un quartiere meraviglioso fatto di luci colorate, profumi, culture che si mescolano e gente che balla a piedi nudi in piccole piazze di vicoli nascosti. Per un attimo mi è sembrato di essere nel film Chocolat.
L’ospitalità è la cosa che più emoziona, il calore delle persone e la voglia che hanno di farti conoscere la loro cultura. Abbiamo dei vicini musulmani, una famiglia numerosissima con tanti simpatici bambini che si riunisce sotto casa (ovviamente dopo il tramonto). Mettono le loro sedie di plastica in cerchio e passano la loro serata così a chiacchierare, fumare narghilè e bere the. Ti accolgono con il sorriso e ti offrono una sedia, vogliono sapere come ti chiami e offrirti la loro deliziosa bevanda bollente, la migliore che tu abbia mai bevuto e la cui ricetta è assolutamente un segreto. Ti offrono un succo al limone squisito, e ha esattamente il sapore che immaginavi avesse quello che la protagonista de “il giardino di limoni” offriva ai suoi ospiti.
Il signore più anziano, il padre, ha un bellissimo leggìo in legno su cui posa il Corano che legge sottovoce. La sua casa ha un’insegna dorata sulla porta, all’inizio credevo fosse l’insegna di qualche negozio ma, mi spiega il figlio, si tratta di un brano del Corano, una sorta di benvenuto nella sua casa.
I bambini hanno tutti delle deliziose fossette e credo sia questo a farci entrare subito in sintonia, ci riconosciamo in questi vezzi che entrambi abbiamo sul viso.
I bambini ripetono il mio nome terminandolo con un simpatico accento sulla o, Milò dicono sorridendo e io non li correggo. A loro piace così e sembrano felici. Per qualche istante ho l’impressione di esserlo anche io.

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(About me) Di alcuni consigli a chi un giorno incontrerà una maga*

Come volete che sia una maga? Dipende. Quella che ho incontrato io ha capelli scuri e ricci, ma non abbastanza perché vi rimangano impigliate le dita di un uomo normale, e mani di organza che sanno curare senza la pretesa morbosa di irretire, così delicate che nemmeno il destino ha osato imprimervi la severa cartografia di quel che sarà e di quel che è stato. A volte potrebbe capitarvi di vederla muoversi distrattamente. Non lasciatevi ingannare. Lei conosce a memoria il dizionario delle sirene e ogni suo sguardo, l’infiorescenza di ogni suo sorriso, ogni suo muto gesto si coniugano secondo i tempi e le movenze di una grammatica d’amore padroneggiata senza studio e affettazioni accademiche. Vezzi e fossette (tre, a comparsa una per guancia e quella perennemente a guardia del suo mento) seducono obbedendo non a lei e ai suoi capricci, ma alla vostra abilità di presentire ciò che lei non si aspetta. In questo senso a volte un vostro sguardo o un vostro gesto, persino una smorfia inconsapevole potrebbero bastare a schiantarvi in prima fila allo spettacolo di una seduzione commossa. A volte potrebbero istantaneamente eclissare ogni vostra velleità d’essere sedotti. Inutile cercare una logica o un automatismo. Di fronte a lei vi sentirete comunque e sempre impreparati. Anzi, quello che potrete fare è prepararvi al peggio: verranno i giorni in cui i vostri sguardi, le vostre carezze, le parole scovate nei libri degli altri che siete andati a mordicchiare affamati di un talento all’altezza dei vostri sentimenti, i vostri regali, le vostre battute, le vostre patetiche canzoni, persino la vostra assoluta assenza, ecco ci saranno giorni in cui tutto questo le sarà indifferente, o peggio, sarà scambiato per gli sguardi, le carezze, le parole geniali, i regali, le battute, le canzoni, l’assenza insopportabile di un altro. Non preoccupatevi di sapere di chi si tratti. Non è nemmeno detto che sia un uomo. E nemmeno è detto che si tratti di una persona, in generale. E’ semplicemente l’altro. La nostalgia di qualcosa di già vissuto, la rabbia per qualcosa che deve essere rimasto insopportabilmente sospeso e inconcluso, ma anche la curiosità felina di nuove esperienze, nei cui piani, ahimè, voi non sarete contemplati. Riceverete, se questo vi rincuora, dei regali stranissimi e preziosi, perché alla Maga piace fare regali agli amici, senza il bisogno di attendere ricorrenze da almanacco a meno che non appartengano al calendario lunare dei bisogni e dei sogni altrui. Al momento di consegnarvi il vostro, avrete gli occhi bendati. E quando la benda cadrà il mondo, il vostro mondo, scomparirà: di fronte a voi la stravaganza di una seduzione semplice che appagherà un bisogno che nemmeno voi sapevate di avere. Ma lei sapeva, e questo vi basti. E lei, solo lei, in quel momento sarà il vostro il mondo. Nient’altro. Nessun altro. Sarà come se tutto si stesse fermando davanti alla sua intuizione di voi. Credevate di conoscervi? Non siate boriosi con lei, mai. Così la sua magia non consiste in altro che in questo: catturare quell’immagine di voi che vi era sfuggita o su cui forse non avevate il coraggio di indugiare. Una fotografa sublime, generosamente spontanea. Squarcerà la tela su cui vi credevate così ben ritratti e dietro di essa comparirà il dettaglio vitale, a volte fatale, di un’altra rappresentazione, senza la quale, man mano che la scoprirete (e lei in questo vi aiuterà costantemente), non potrete più nemmeno guardarvi allo specchio. Nel vicinato, nel mondo?, nell’universo?, nessuno imbandisce colazioni più gustose delle sue, ma chi voglia assaggiarne la fragranza deve avvicinarsi di parecchio alle insidie del suo corpo e di una caffettiera in cui lei un giorno ha deciso di rinchiudere le rime sdentate di una ingenua e toccante poetica dell’imperfezione. Io l’ho conosciuta, la Maga, credetemi. Nel giorno più amaro della mia vita, l’incontro più dolce di un’esistenza. Chiasmo fatale. L’irripetibile dono del destino. E già ora la mia carne e il mio spirito non reggono più la nostalgia del suo corpo e della sua anima, i miei passi hanno bisogno dei suoi piedi, le mie mani dei suoi fianchi, i miei occhi delle sue visioni, i miei pensieri delle sue parole, le mie parole della sua bocca, il mio amore della sua seduzione. Non c’è giorno, non c’è lembo delle mie notti bianche in cui io non mi senta in tumulto alla sola idea che non ci sarà mai condanna più dolce della sete di sfiorarla, stringerla, abbracciarla, baciarla, accarezzarle i capelli, sognarla, goderla, amarla, perderla, trovarla, perderla di nuovo e ritrovarla nel cono d’ombra di un sottopassaggio di periferia, assetata di me. Mi vida se acaba, y tu eres la estrella que alumbra mi ser, mi prólogo albicante. Perché alla Maga piace lo spagnolo. Così come le piacciono i film, i libri, il nitore e la grazia eterea delle sculture di Canova, la fotografia, la pittura, il colmo dei tetti su cui le giornate abdicano in favore delle notti, le foglie d’autunno: di tutto questo si abbevera, e tutto deve avere il sapore della vita perché lei vi restituisca in un sorriso la gioia dell’appagamento. E mentre lei si abbevera, voi la guardate. All’inizio vi sentite morsi dall’ansia d’essere esclusi, vi sentite scomparire, la terra si sbriciola sotto i piedi. Finché non vi guarda, vi prende per mano, e vi invita a infilare le quinte del suo sguardo sulle cose. Perché la Maga condivide. Non è mai avida di solitudine narcisistica. Il suo sapere ha sempre i modi del voler sapere. E allora, forse, un ruolo riuscirete a ritagliarvelo anche voi. Insegnatele non chi siete, questo ve lo spiegherà lei stessa, ma chi potreste essere, perché questo lei vuole imparare: ciò che un uomo è in grado di esprimere, sentire e rappresentare. Incantata lei indugerà sull’incantesimo dei vostri occhi affamati di un mondo che volete spremere e raccontare. Perché alla Maga piace che le si raccontino storie. Si nutrirà dei loro dettagli, dei nomi che vi appaiono e scompaiono, della vostra voce su cui esse si avvitano per non farsi sradicare e perdersi nel mondo senza più qualcuno che possa raccontarle.

*tempo fa avevo chiesto il vostro aiuto per la sezione “about”, perché è davvero difficile per me descrivermi. Immagino dunque quanto possa esserlo per qualcuno che ti osserva da fuori percependo solo determinare sfumature. Poi c’è chi arriva a leggerti nell’anima… come in questo caso.

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(Wave Photogallery) Basta poco che ce vo’

Wave Photogallery - la locationDopo mesi in cui mi ripromettevo di scoprire una delle più conosciute gallerie fotografiche di Brescia, oggi finalmente sono riuscita a mettere piede alla Wave Photogallery. La galleria si trova in via Trieste 32/a, zona centrale molto bella che ospita anche l’Università Cattolica.

L’occasione è la mostra di James Whitlow Delano – corner of the eye aperta fino al 31 marzo 2011.

La mostra è senza dubbio piuttosto ricca, un centinaio di scatti in bianco e nero che rischiano di essere sviliti da alcune carenze nell’allestimento e nell’illuminazione. Le luci lasciano a desiderare e si è spesso costretti ad osservare le foto da angolazioni innaturali per non trovarsi riflessi nel vetro che protegge e incornicia le stampe. Gli stessi vetri sono spesso sporchi e rigati. I nomi delle opere stampati sulle classiche etichette adesive da spedizione e appiccicati sul muro, con inevitabili principi di scollamento. A fare da sottofondo alla visita una melodia trasmessa ininterrottamente che , dopo 10 minuti di permanenza, ha avuto su di me istinti omicidi.

A parte questo ho trovato la mostra interessante e ho visto foto davvero molto belle. Dalla loro hanno senza dubbio il fatto che non viene chiesto alcun costo all’ingresso. Non ho idea di quanto sia conosciuta e frequentata la galleria ma oggi ero l’unica persona presente nonostante la mostra fosse citata su quotidiani e riviste a livello nazionale. Dato il mio amore per l’arte quando vedo queste cose rimango sempre un po’ amareggiata.

Qualche piccola considerazione 2.0

Facebook – La galleria non possiede una fan page su Facebook, bensì un account personale. Non mi dilungo su un argomento che in questo periodo mi accende facilmente. Ad ogni modo nemmeno l’account sembra tenuto in un’ottica strategica o con un minimo di piano editoriale.

Foursquare – Su Foursquare è presente una venue, immagino creata da qualche visitatore. Non esistono tips sulle mostre in corso o altre informazioni (ad eccezione del consiglio che ho aggiunto oggi io). Non c’è major.

Non ho idea delle attività che debba svolgere la signorina al desk che ha alzato lo sguardo dal computer per salutarmi al mio ingresso e alla mia uscita… ma a volte mi sembra che basterebbe davvero poco…

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DOF – Depth of field

DOF - Depth of field by Samuele Silva

photo by Samuele Silva

Te lo ripeto ogni volta che mi rimproveri perché prendo poco in mano la macchina fotografica. Lo sai come sono. A me piace starmene lì tra la Parigi di Doisneau e il sistema zonale di Adams, ad arrovellarmi con le aberrazioni, il grigio medio e gli equilibri geometrici di Bresson, affascinata da questo mondo così scientificamente creativo. Quando però c’è da scattare mi blocco. Mi spaventa l’idea che gli altri possano vedere il mondo attraverso i miei occhi, che mi leggano dentro. Perché quello che vedo è diverso da ciò che vede la maggior parte della gente, e sono io quella strana. Che poi non è vero. Sapessi quante foto ho realizzato da quando stiamo assieme. Ho la mia biottica sempre con me, ed è continuamente all’opera. Hai presente quei due grandi obiettivi orlati da lunghi filamenti neri che vedi spesso puntati su di te? Non si fermano un attimo. Come quella domenica di giugno in cui ci siamo persi in collina. Ricordi? Ci siamo messi a correre come due bambini in mezzo ai campi di grano e io, inciampando, sono caduta a terra. Tu mi sei corso incontro, preoccupato che mi fossi fatta male. L’ho scattata mentre ridevo con le gambe all’insù e tu allungavi la mano per aiutarmi ad alzarmi. Hai tolto una spiga che si era infilata nei miei capelli e hai detto: “È per questo che ti amo”. Sono stata attenta a tutto. L’inquadratura, la luce che ti baciava il viso, il tempo. In quel momento ho pensato che un istante così perfetto non l’avremmo più avuto. Click. Ecco, guarda cosa è uscito!
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Questo raccontino nasce così. Lui mi ha inviato una sua foto e mi ha chiesto di provare a scrivere qualcosa (prosa, poesia, commento tecnico) che avesse qualche attinenza con l’immagine. E di dargli un titolo. Il risultato è quello che avete appena letto.
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(im)Post(ori) sotto l’Albero 2010

C’è una tradizione bloggereccia di cui ho già parlato in precedenza a cui quest’anno con grande orgoglio e molto timore prendo parte anche io. Suona stucchevole ma vedere il mio nome lì in mezzo a molte persone per cui nutro una grande stima, bhè… mi fa un certo effetto.

Io ci ho provato. E siccome la filosofia è che, come per il maiale, non si butta via niente, qui dentro trovate anche il mio post.

Buona lettura!

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