#scaviaperti, teniamo aperti gli Scavi Scaligeri

Non scrivevo qui da più di un anno ma quando stamattina uno dei miei contatti di Facebook mi ha invitato a mettere il like alla pagina Teniamo aperti gli Scavi Scaligeri, facendomi così scoprire che un luogo che io amo molto rischia di chiudere, ho pensato che fosse il caso di rispolverare queste pagine.
Chi mi conosce sa che amo moltissimo la fotografia. È una passione che vorrei coltivare più attivamente dal punto di vista pratico ma che approfondisco in continuazione con le mostre.

Quando, poco più di un anno fa, ha chiuso le porte lo SpazioForma di Milano (per poi, fortunatamente, riaprirle) è stato per me un duro colpo. Il Forma è stato il luogo in cui ho scoperto grandissimi fotografi e dove ho potuto ammirare progetti fotografici di altissimo livello. Mi sono innamorata di Paolo Pellegrin, ho visto un’etnia con occhi diversi nel progetto sugli zigari di Koudelka, ho rivalutato tantissimo Mapplethorpe.

Oggi scopro che un altro dei luoghi in cui adoro vedere mostre fotografiche, gli Scavi Scaligeri di Verona, rischia di chiudere a causa di lavori di ristrutturazione del sovrastante palazzo. Per chi non li avesse mai visitati, gli Scavi Scaligeri sono un luogo unico e suggestivo che unisce l’esposizione di mostre fotografiche di artisti internazionali ad un percorso archeologico in cui è possibile ammirare scavi di epoca romana. Le mostre sono sempre di un livello altissimo, dalla scelta degli artisti alla ricchezza del materiale esposto, dall’allestimento all’illuminazione. Qui mi sono persa nelle geometrie di Henri Cartier Bresson e ho viaggiato nei focolai di guerra con Robert Capa, il tutto all’interno di uno spazio che Artribune definisce, a ragione, magico.

Gli Scavi Scaligeri sono una città sotto la città. Un luogo in cui si può ripercorrere senza soluzione di continuità l’intera storia di Verona dall’origine romana fino al Medio Evo. Muoversi al suo interno è come spostarsi in un labirinto che sconfina con l’assurdo, il molteplice, la bizzarria, l’abracadabra: un vertiginoso viaggio nella storia in cui si incontrano pavimenti a mosaico, stralci di un acquedotto romano, resti di palazzi scaligeri.

Il web si sta mobilitando con una raccolta firme e scatti corredati dall’hashtag #scaviaperti.
Trovate maggiori informazioni sul sito #ScaviAperti. Io intanto ci ho messo la faccia, la solita, quella da pirla :)

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Due o tre cose che ho imparato nel 2013

InstagramCapture_a0ddb9a1-40c7-4dcc-94d7-a25d4469aa89_jpgChe per deformazione professionale pianifico troppo trattando la mia vita come se fosse il progetto di un cliente. Il problema è che non c’è agile o scrum che tenga. Il framework migliore, quando il progetto sei tu, rimane la serendipity che tanto la vita fa un po’ come cavolo le pare e tu sarai sempre impreparato.

Che non ho il cuore anestetizzato, è solo completamente rincoglionito. E che le emozioni, quando meno te l’aspetti, si ripropongono tutte insieme dall’altra parte dell’oceano, in un cinema di Fillmore Street. E non importa se in quel momento sta per iniziare il film di Woody Allen che aspettavi di vedere da un anno, perché tutte le tue certezze sono lì che fanno a cazzotti con le farfalle che hai nello stomaco. E l’unica cosa sensata da fare e aspettare che prima o poi passi.

Che le cose migliori accadono quando metto la testa in stand-by. E non ho ancora capito se sono le persone o i momenti ad essere sbagliati. Ma spesso le persone sbagliate nel momento giusto sono quelle che ci mostrano colori nuovi. E allora vale la pena fare un pezzetto di strada anche con loro.

Ma soprattutto che quest’anno non farò buoni propositi, ché di quelli dell’anno scorso non ne ho mantenuto mezzo.

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Cose che mi rendono felice #2

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– Non è bellissimo camminare sotto la pioggia?
– (con una vocina, dispiaciuto di contraddirmi) Non tanto, zia.

È che bisogna insegnarglielo da piccoli il romanticismo.

 

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Meet me in Montauk

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Avevo suppergiù 18 anni l’estate in cui ho deciso di trascorrere la mia pausa dagli studi dando una mano nella casa di riposo del paese vicino. Volevo fare qualcosa di utile ed ero affascinata dalle storie che potevo sentirmi raccontare da quelle persone che avevano solo voglia di essere ascoltate. Tra gli ospiti di quell’enorme edificio c’era anche Mario. Un uomo alto, robusto ed elegante, pieno di energia e con un sorriso per tutti. Fin dall’inizio mi sono chiesta come mai fosse lì. Era autosufficiente e in buona salute, non si trovava di certo nelle condizioni in cui purtroppo stavano molte delle persone che vivevano lì.
Mario ogni giorno puntuale alle 15.00 attraversava il lungo corridoio che portava all’altra ala, suonava il campanello del reparto in cui erano ospitati i malati di Alzheimer ed entrava a prendere sua moglie. Uscivano a braccetto e passavano la successiva ora insieme. Lui le parlava con affetto, la coccolava, cercava di farla ridere. Lei assisteva impassibile a tutto questo, molto spesso reagendo con aggressività.
Mi fermavo spesso ad osservarli e ricordo ancora l’espressione imperturbabile di lei. Deve essere terribile vedere quello sguardo negli occhi della persona che ami, la completa mancanza di tenerezza, di complicità. Per lei era un estraneo. Eppure lui il giorno dopo si ripresentava puntuale alla porta e tutto ricominciava da capo.

Io in quella scena che ogni giorno si ripeteva davanti ai miei occhi ci ho visto l’essenza dell’amore. L’amore incondizionato, quello che dà senza il bisogno di ricevere e avevo una grande ammirazione per quell’anziano signore.
Mi capita spesso di ripensarci e mi piace immaginarmeli mano nella mano, sulla spiaggia di Montauk.

È stato a loro che ho pensato questa mattina quando, ascoltando la radio mentre andavo al lavoro, ho sentito questa notizia. L’idea di avere davanti a me ancora 90 anni da vivere onestamente mi alletta perché, con tutte le cose che vorrei fare, probabilmente me ne servirebbero due di vite. Ma considerando il rovescio della medaglia quello che mi chiedo è… una vita senza ricordi, è vita?

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If you’re goin’ to San Francisco be sure to wear some flowers in your hair

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“Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi ed il cuore” diceva Cartier-Bresson.

In questo viaggio ho fatto pessime foto. Il bug era nel cuore in questo caso.

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Come si elimina un quintale di fosforo?

download (3)Io ancora devo capirlo il tempismo dei ricordi e come fanno ad uscirsene così all’improvviso.
Quello che è sbucato fuori ieri sera, ad esempio, se ne stava buono in disparte da un paio di anni.
È il ricordo di quel pomeriggio in cui ti ho comprato il libro appena uscito di quello scrittore che a te piaceva tanto e sono venuta a casa tua solo per lasciartelo lì, fuori dal cancello. Sulla prima pagina ti ho scritto un messaggio. Non ricordo cosa di preciso ma volevo aggiungerci un “ti voglio bene”. Dovevo indorarti la pillola però, ché tu certe esternazioni non le hai mai digerite. Così ho convertito quelle tre parole che non volevi sentirti dire in un MD5, che è una di quelle cose nerd che mi avevi spiegato qualche giorno prima insieme al garbage collector. Ho pensato che se fosse diventata una di quelle stringhe in mezzo alla quale passavi le tue giornate, ti sarebbe piaciuta di più anche una frase come quella.
È venuta fuori una parola di 32 caratteri, un alternarsi di lettere e numeri. Una cosa così.
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So che ti ha fatto piacere quel gesto, ma mica potevi dirmelo. Allora mi hai scritto che non riuscivi a decifrare dei caratteri e non capivi se quella era una “O” oppure uno zero. Ti ho risposto che non dovevi proprio farmela una domanda del genere perché quando mai c’è la lettera “O” nei caratteri esadecimali?. Cifre da 0 a 9, lettere da A a F. Ti ho preso in giro parecchio per quella cosa.
Penso di aver guadagnato mille punti con quella risposta e, forse, in quel momento mi hai 76A25091C24B1D0A81E7F4E32FBD7D2F un po’ anche tu.
Da allora quando volevo dirti qualcosa di carino lo facevo sempre così, con una stringa a 128bit. Ché quando lo racconto a qualcuno mi guarda con certi occhi spalancati come se fossi matta. Eppure a me sembra una cosa tanto romantica.

Tutti questi ricordi sono venuti fuori ieri sera mentre all’Arena ascoltavo Battiato. E mia mamma è una vita che me lo dice che ascoltare Battiato fa male.

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Less is more

- quindi lo vedi ancora?
– gli ho mandato un sms domenica dopo esserci mandati a quel paese qualche giorno prima
– mi stai dicendo che gliel’hai mandato il giorno dopo aver detto a me “non voglio più vederlo!”?
– sì
– ahahahahahah
– non farmi ridere così tanto che ho gente attorno

Ché poi il senso è tutto lì. Nella semplicità di quella risata insieme.

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Di cose che fanno bene (e male) al cuore

Photo by Ed Yourdon

Photo by Ed Yourdon

Il jazz l’ho scoperto qualche anno fa. Per amore. A pensarci bene tutta la musica che conosco l’ho scoperta per amore.
Con la musica ho sempre avuto un atteggiamento da ascoltatrice passiva, più che sceglierla l’ho sempre subita.
Forse è dovuto al fatto che mio padre, ex deejay radiofonico, non l’ha mai fatta mancare in casa e io ho finito per darla per scontata. Oppure, proprio perché era una cosa di casa, ho sviluppato quello spirito di contraddizione tipico del periodo adolescenziale. Fatto sta che la musica non è mai stata fondamentale per me.
Non come lo sono i film o i libri.
Dopo papà i miei selezionatori musicali sono diventati le persone che, a vario titolo, sono entrate nella mia vita. Più di tutto i vari fidanzati del momento. E così sono passata dal periodo Queen al soul di Nina Simone, dagli Aerosmith ai Punkreas, dal rap di Eminem al rock di Aaron Lewis. Tanto che il mio iTunes passa con nonchalance dai Nofx a Bach, da De Andrè a Chet Baker.

Il disinteresse si è trasformato in diffidenza quando mi sono resa conto che quella cosa lì ha la capacità di farti un male assurdo, roba che se ti coglie impreparato puoi ritrovarti con gli occhi pieni di lacrime nella sala d’attesa del dentista.
Sì, perché se malauguratamente ha fatto da sottofondo a qualche momento particolare… sei fottuta. Sarà sempre lì a ricordarti quell’istante, anche dopo anni, anche se sei in ufficio intenta a fare altro o al supermercato a fare la spesa.
Che poi ora con Spotify, le playlist e la funzione radio te le ritrovi a tradimento anche quando non sei tu a decidere di ascoltarle in preda ad un attacco di masochismo.
Avrei un po’ di canzoni da bannare.

Tipo questa. Ché non importa se l’ho riascoltata in decine di situazioni differenti. Ogni volta che giunge alle mie orecchie io torno su quel divano quella mattina in cui abbiamo affidato allo shuffle dell’ipod il nostro risveglio dopo una cena a base di pomodorini e una nottata di risate.

A volte però fa bene. Come ieri al Vittoriale in cui è stata la protagonista, nelle mani di Stefano Bollani, di una di quelle serate che lasciano il segno. Sarà stata la magia della location, l’ironia e il genio di Bollani, il gioco di luci che si rifletteva sul lago ma sono tornata a casa con l’impressione che quella cosa lì mi avesse fatto bene al cuore e avesse messo un po’ a posto il marasma che ultimamente mi porto nell’anima.

C’è quella famosa scena di Manhattan in cui Isaac Davis elenca le cose per cui vale la pena vivere (e ogni volta mi domando perché nella versione italiana Willie Mays sia diventato Joe DiMaggio… ma questa è un’altra storia).
Ecco, forse dovrei iniziare a prendere in considerazione il fatto che quella cosa lì, la musica, potrebbe rientrare nel mio elenco.
Bollani di certo, anche se non ha suonato Mi ritorni in mente.

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Raccontami una storia

Photo by Shelley Powers

Photo by Shelley Powers

Ieri mattina mentre ascoltavo rapita Matteo Caccia parlare del suo progetto Radio Factory mi sono resa conto di una cosa.

Sì, è vero, in questo periodo guardo un sacco di film, leggo tanto, esco spesso, faccio cose, vedo gente. Tutto questo alla disperata ricerca di assecondare qualcosa.

È davvero un bel periodo. A dirla tutta però, quando poi arrivo a casa stanca, c’è una cosa che mi manca. Che qualcuno mi racconti una storia prima di addormentarmi.

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Frammenti di Berlino

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Disclaimer: Questo post non vuole essere in alcun modo un resoconto sulle cosa da vedere e fare a Berlino. Per quello c’è Google, una miriade di siti e un’infinità di guide. Di seguito troverai solo degli appunti sparsi che ho annotato sulla mia Moleskine e che riguardano riflessioni, pensieri e sensazioni dei miei 4 giorni nella capitale tedesca.

 

È la prima volta che lascio a casa la project manager che è in me per vivere una città all’insegna della serendipity. Sì, una guida con me l’avevo ma più per l’esigenza di avere informazioni storiche e culturali relative ai monumenti in cui mi sarei imbattuta che per la necessità di avere qualcuno che mi dicesse dove andare o quale itinerario seguire.
Sono atterrata in aeroporto senza sapere con precisione quale linea della metro prendere per arrivare all’albergo e mentre guardavo la coda di persone in fila per acquistare la Berlin Welcome Card ho deciso che non avrei preso alcun biglietto per i mezzi pubblici ad eccezione di quelli che mi sarebbero serviti per andare e tornare in aeroporto.

Sono salita sulla prima metro che, così a naso, poteva suonarmi sensata. La cosa che mi ha subito colpito è stata la percentuale di persone che leggeva attorno a me. Nessuno con iPad o lo smartphone in mano, tutti con un libro o una rivista. Una gioia per me che quando viaggio mi diverto a sbirciare le letture altrui. Sì, sono una di quelle che allungano gli occhi per vedere la copertina del libro che stai leggendo o, se sono seduta al tuo fianco, cerco di leggere un paio di righe per capire qual è la storia che ti rapisce in quel modo. Ecco, con il tedesco (lingua a me sconosciuta) questo giochino è diventato un po’ più difficile del previsto. La ragazza dai capelli rossi seduta davanti a me era assorta nelle pagine di un libro sulla cui copertina si alternavano righe orizzontali di due diverse tonalità di azzurro. Non sono riuscita a leggere il nome dell’autore ma il titolo conteneva la parola “pyjamas” e non è stato difficile capire di che libro si trattasse. L’ho trovato un ottimo inizio.

Arrivata in centro la cosa che per prima ha colpito la mia attenzione è stato l’omino verde che campeggia sui semafori pedonali della parte est della città. Credo di essermi fermata a fissarlo per almeno 5 minuti sorridendo. Quella sagoma di profilo con il cappello in testa mi continuava a ricordare qualcosa. Poi ho capito. Ogni volta che mi trovavo ad attraversare la strada mi aspettavo di vedere da un momento all’altro Mister Magoo passare accanto a me sulle strisce pedonali. Più tardi ho scoperto che quell’ omino verde ha un nome. Si chiama Ampelmännchen, ha quasi 53 anni e una storia bellissima.

Ai tubi rosa e blu che vedevo passare sulla mia testa sbucando ogni tanto in posti del tutto inappropriati ho fatto un po’ fatica ad abituarmi. Poi però ci fai l’occhio e inizi a vederli come un elemento distintivo, quasi artistico, della città.

Il terzo giorno, dopo aver macinato decine di chilometri a piedi, ho optato per la bicicletta. L’inizio è stato abbastanza traumatico. Berlino è sicuramente una città amica dei ciclisti, mia un po’ meno. :) Sono partita timorosa pedalando sui marciapiedi insieme ai pedoni, con le loro conseguenti e giustificatissime imprecazioni. Ho deciso allora di avventurarmi in strada con il sottofondo dei clacson delle auto. La cosa non è migliorata nei tratti con le corsie dedicate ai ciclisti, ma questa è un’altra storia. Col senno di poi posso dire che la bicicletta è il mezzo migliore per scoprire Berlino. Mi ha permesso di perdermi un sacco di volte, di scoprire vicoletti e angoli in cui a piedi non sarei mai arrivata e il senso di libertà provato nel pedalare con la musica nelle orecchie, il naso all’insù volto a cercare dettagli nascosti e il vento tra i capelli… è davvero qualcosa di impagabile.

Ho visto pochissimi musei e trascorso un sacco di ore all’aria aperta. Credo che i parchi siano il luogo migliore per osservare e capire un popolo e il suo stile di vita. I parchi berlinesi sono pieni di papà che passano il tempo con i propri figli, di mattina, in piena settimana lavorativa. E poi ci sono i biergarten. Un’oretta lì e appare subito evidente quanto i berlinesi tengano al loro tempo libero e alla qualità della loro vita… oltre che alla birra.

L’ultimo giorno sono partita in cerca del cimitero ebraico di Weißensee. La via in cui si trova non era nemmeno all’interno della piantina che mi hanno dato in albergo. Ho pedalato un po’ ma ne è valsa la pena. Per quello che ti lascia visitare un luogo simile e per l’incontro che ho avuto con un simpatico vecchietto che si occupava di ripulire le tombe dalle erbacce. Quel buffo tentativo di dialogo e la sua espressione dispiaciuta per la nostra incapacità di riuscire a comunicare li porto a casa con me insieme alla sensazione che quell’ometto avrebbe avuto un sacco di storie da raccontarmi se solo avessi saputo il tedesco.

Ps: I frammenti, per immagini, di quello che ho visto li trovate qui.

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