Se proprio dobbiamo trovare una domanda ricorrente da fare a una donna dopo una certa età

hai fatto il Pap test?

Ho sempre visto la riservatezza come un valore. Sui social normalmente condivido i film che guardo, i libri che leggo, qualche scorcio sulle vacanze ma tendo a raccontare molto poco di me. Ci sono momenti di vita molto personali che custodisco gelosamente e ho molto pudore nel condividerli pubblicamente; in questa categoria rientrano, tra altre cose, i problemi di salute.

Sono diventata meno categorica quando ho capito che ci sono casi in cui vale la pena superare questo riserbo, e questo accade quando il tuo racconto può in qualche modo essere d’aiuto ad un’altra persona.
Con il tempo mi sono infatti accorta che il “è successo a una persona che conosco” è più efficace di qualsiasi campagna di prevenzione ben riuscita. Io stessa sono andata a fare la prima ecografia mammaria quando alla moglie di un mio amico hanno diagnosticato un tumore al seno. Prima di allora era un continuo “sì, ma ora non ho tempo”, “il prossimo mese ci vado”, “io mi sento bene, non serve”.
Sì, perché poi pensi sempre che sia una cosa che accade agli altri. E invece…

E invece succede che qualche giorno prima di partire per le vacanze, durante una colposcopia di routine, la dottoressa ti dica che c’è qualcosa di strano e che è necessario prelevare una parte di tessuto per fare una biopsia. Che non so voi ma a me è bastata la parola biopsia per andare completamente nel pallone. Non che credessi di essere immortale ma in quel momento mi sono resa conto che quello che di solito “capita agli altri” stava riguardando me.

Io in quel mese che è trascorso tra il prelievo e l’esito ho provato a distrarmi, ho anche visitato un Paese pazzesco e conosciuto delle persone bellissime con cui ho trascorso una delle più belle vacanze della mia vita ma ogni volta che il mio sguardo si perdeva su uno degli splendidi panorami islandesi la mia mente andava a quell’esame.

Rientrata dalle vacanze ho avuto l’esito. “La biopsia ha rilevato un CIN3, la devono operare e asportarle una porzione di collo dell’utero. È un’operazione di routine, si fa in day hospital con anestesia locale” mi rassicurano. E così nel giro di qualche settimana mi trovo in sala operatoria per un intervento di laser conizzazione che non è stata proprio la passeggiata che mi avevano prospettato (ma in questo credo di essere stata semplicemente sfortunata). E poi? Poi un altro mese di attesa perché la parte asportata viene inviata in laboratorio per un esame istologico che serve a verificare che le lesioni pre-tumorali siano state completamente asportate.

Ho ritirato l’istologico questa mattina. I margini di resezione sono risultati indenni, in altre parole la lesione precancerosa è stata completamente asportata. Per i prossimi due anni dovrò fare dei controlli ogni sei mesi per verificare che non ci siano recidive.

Perché racconto tutto questo? Non certo per raccogliere qualche manciata di “pat pat” sui social. Ho deciso di condividere la mia esperienza perché come scrivevo in tempi non sospetti rispondendo a dei commenti sotto questo post mai come ora credo che

 se proprio c’è la necessità di trovare una domanda ricorrente da fare a una donna dopo una certa età preferirei che fosse “hai fatto il Pap test?”

Perché io ora ho solo un pezzetto di collo dell’utero in meno ma non dobbiamo dimenticarci che nei paesi in via di sviluppo questo tipo di tumore è ancora la seconda causa di morte per cancro. Se in Occidente invece il numero continua a diminuire è principalmente grazie all’introduzione dei programmi di screening.

Per cui vi avviso che se prossimamente vi capiterà di incontrarmi è probabile che vi sentirete domandare “hai fatto il Pap test?”

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#scaviaperti, teniamo aperti gli Scavi Scaligeri

Non scrivevo qui da più di un anno ma quando stamattina uno dei miei contatti di Facebook mi ha invitato a mettere il like alla pagina Teniamo aperti gli Scavi Scaligeri, facendomi così scoprire che un luogo che io amo molto rischia di chiudere, ho pensato che fosse il caso di rispolverare queste pagine.
Chi mi conosce sa che amo moltissimo la fotografia. È una passione che vorrei coltivare più attivamente dal punto di vista pratico ma che approfondisco in continuazione con le mostre.

Quando, poco più di un anno fa, ha chiuso le porte lo SpazioForma di Milano (per poi, fortunatamente, riaprirle) è stato per me un duro colpo. Il Forma è stato il luogo in cui ho scoperto grandissimi fotografi e dove ho potuto ammirare progetti fotografici di altissimo livello. Mi sono innamorata di Paolo Pellegrin, ho visto un’etnia con occhi diversi nel progetto sugli zigari di Koudelka, ho rivalutato tantissimo Mapplethorpe.

Oggi scopro che un altro dei luoghi in cui adoro vedere mostre fotografiche, gli Scavi Scaligeri di Verona, rischia di chiudere a causa di lavori di ristrutturazione del sovrastante palazzo. Per chi non li avesse mai visitati, gli Scavi Scaligeri sono un luogo unico e suggestivo che unisce l’esposizione di mostre fotografiche di artisti internazionali ad un percorso archeologico in cui è possibile ammirare scavi di epoca romana. Le mostre sono sempre di un livello altissimo, dalla scelta degli artisti alla ricchezza del materiale esposto, dall’allestimento all’illuminazione. Qui mi sono persa nelle geometrie di Henri Cartier Bresson e ho viaggiato nei focolai di guerra con Robert Capa, il tutto all’interno di uno spazio che Artribune definisce, a ragione, magico.

Gli Scavi Scaligeri sono una città sotto la città. Un luogo in cui si può ripercorrere senza soluzione di continuità l’intera storia di Verona dall’origine romana fino al Medio Evo. Muoversi al suo interno è come spostarsi in un labirinto che sconfina con l’assurdo, il molteplice, la bizzarria, l’abracadabra: un vertiginoso viaggio nella storia in cui si incontrano pavimenti a mosaico, stralci di un acquedotto romano, resti di palazzi scaligeri.

Il web si sta mobilitando con una raccolta firme e scatti corredati dall’hashtag #scaviaperti.
Trovate maggiori informazioni sul sito #ScaviAperti. Io intanto ci ho messo la faccia, la solita, quella da pirla :)

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Due o tre cose che ho imparato nel 2013

InstagramCapture_a0ddb9a1-40c7-4dcc-94d7-a25d4469aa89_jpgChe per deformazione professionale pianifico troppo trattando la mia vita come se fosse il progetto di un cliente. Il problema è che non c’è agile o scrum che tenga. Il framework migliore, quando il progetto sei tu, rimane la serendipity che tanto la vita fa un po’ come cavolo le pare e tu sarai sempre impreparato.

Che non ho il cuore anestetizzato, è solo completamente rincoglionito. E che le emozioni, quando meno te l’aspetti, si ripropongono tutte insieme dall’altra parte dell’oceano, in un cinema di Fillmore Street. E non importa se in quel momento sta per iniziare il film di Woody Allen che aspettavi di vedere da un anno, perché tutte le tue certezze sono lì che fanno a cazzotti con le farfalle che hai nello stomaco. E l’unica cosa sensata da fare e aspettare che prima o poi passi.

Che le cose migliori accadono quando metto la testa in stand-by. E non ho ancora capito se sono le persone o i momenti ad essere sbagliati. Ma spesso le persone sbagliate nel momento giusto sono quelle che ci mostrano colori nuovi. E allora vale la pena fare un pezzetto di strada anche con loro.

Ma soprattutto che quest’anno non farò buoni propositi, ché di quelli dell’anno scorso non ne ho mantenuto mezzo.

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Cose che mi rendono felice #2

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– Non è bellissimo camminare sotto la pioggia?
– (con una vocina, dispiaciuto di contraddirmi) Non tanto, zia.

È che bisogna insegnarglielo da piccoli il romanticismo.

 

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Meet me in Montauk

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Avevo suppergiù 18 anni l’estate in cui ho deciso di trascorrere la mia pausa dagli studi dando una mano nella casa di riposo del paese vicino. Volevo fare qualcosa di utile ed ero affascinata dalle storie che potevo sentirmi raccontare da quelle persone che avevano solo voglia di essere ascoltate. Tra gli ospiti di quell’enorme edificio c’era anche Mario. Un uomo alto, robusto ed elegante, pieno di energia e con un sorriso per tutti. Fin dall’inizio mi sono chiesta come mai fosse lì. Era autosufficiente e in buona salute, non si trovava di certo nelle condizioni in cui purtroppo stavano molte delle persone che vivevano lì.
Mario ogni giorno puntuale alle 15.00 attraversava il lungo corridoio che portava all’altra ala, suonava il campanello del reparto in cui erano ospitati i malati di Alzheimer ed entrava a prendere sua moglie. Uscivano a braccetto e passavano la successiva ora insieme. Lui le parlava con affetto, la coccolava, cercava di farla ridere. Lei assisteva impassibile a tutto questo, molto spesso reagendo con aggressività.
Mi fermavo spesso ad osservarli e ricordo ancora l’espressione imperturbabile di lei. Deve essere terribile vedere quello sguardo negli occhi della persona che ami, la completa mancanza di tenerezza, di complicità. Per lei era un estraneo. Eppure lui il giorno dopo si ripresentava puntuale alla porta e tutto ricominciava da capo.

Io in quella scena che ogni giorno si ripeteva davanti ai miei occhi ci ho visto l’essenza dell’amore. L’amore incondizionato, quello che dà senza il bisogno di ricevere e avevo una grande ammirazione per quell’anziano signore.
Mi capita spesso di ripensarci e mi piace immaginarmeli mano nella mano, sulla spiaggia di Montauk.

È stato a loro che ho pensato questa mattina quando, ascoltando la radio mentre andavo al lavoro, ho sentito questa notizia. L’idea di avere davanti a me ancora 90 anni da vivere onestamente mi alletta perché, con tutte le cose che vorrei fare, probabilmente me ne servirebbero due di vite. Ma considerando il rovescio della medaglia quello che mi chiedo è… una vita senza ricordi, è vita?

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If you’re goin’ to San Francisco be sure to wear some flowers in your hair

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“Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi ed il cuore” diceva Cartier-Bresson.

In questo viaggio ho fatto pessime foto. Il bug era nel cuore in questo caso.

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Come si elimina un quintale di fosforo?

download (3)Io ancora devo capirlo il tempismo dei ricordi e come fanno ad uscirsene così all’improvviso.
Quello che è sbucato fuori ieri sera, ad esempio, se ne stava buono in disparte da un paio di anni.
È il ricordo di quel pomeriggio in cui ti ho comprato il libro appena uscito di quello scrittore che a te piaceva tanto e sono venuta a casa tua solo per lasciartelo lì, fuori dal cancello. Sulla prima pagina ti ho scritto un messaggio. Non ricordo cosa di preciso ma volevo aggiungerci un “ti voglio bene”. Dovevo indorarti la pillola però, ché tu certe esternazioni non le hai mai digerite. Così ho convertito quelle tre parole che non volevi sentirti dire in un MD5, che è una di quelle cose nerd che mi avevi spiegato qualche giorno prima insieme al garbage collector. Ho pensato che se fosse diventata una di quelle stringhe in mezzo alla quale passavi le tue giornate, ti sarebbe piaciuta di più anche una frase come quella.
È venuta fuori una parola di 32 caratteri, un alternarsi di lettere e numeri. Una cosa così.
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So che ti ha fatto piacere quel gesto, ma mica potevi dirmelo. Allora mi hai scritto che non riuscivi a decifrare dei caratteri e non capivi se quella era una “O” oppure uno zero. Ti ho risposto che non dovevi proprio farmela una domanda del genere perché quando mai c’è la lettera “O” nei caratteri esadecimali?. Cifre da 0 a 9, lettere da A a F. Ti ho preso in giro parecchio per quella cosa.
Penso di aver guadagnato mille punti con quella risposta e, forse, in quel momento mi hai 76A25091C24B1D0A81E7F4E32FBD7D2F un po’ anche tu.
Da allora quando volevo dirti qualcosa di carino lo facevo sempre così, con una stringa a 128bit. Ché quando lo racconto a qualcuno mi guarda con certi occhi spalancati come se fossi matta. Eppure a me sembra una cosa tanto romantica.

Tutti questi ricordi sono venuti fuori ieri sera mentre all’Arena ascoltavo Battiato. E mia mamma è una vita che me lo dice che ascoltare Battiato fa male.

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Less is more

- quindi lo vedi ancora?
– gli ho mandato un sms domenica dopo esserci mandati a quel paese qualche giorno prima
– mi stai dicendo che gliel’hai mandato il giorno dopo aver detto a me “non voglio più vederlo!”?
– sì
– ahahahahahah
– non farmi ridere così tanto che ho gente attorno

Ché poi il senso è tutto lì. Nella semplicità di quella risata insieme.

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Di cose che fanno bene (e male) al cuore

Photo by Ed Yourdon

Photo by Ed Yourdon

Il jazz l’ho scoperto qualche anno fa. Per amore. A pensarci bene tutta la musica che conosco l’ho scoperta per amore.
Con la musica ho sempre avuto un atteggiamento da ascoltatrice passiva, più che sceglierla l’ho sempre subita.
Forse è dovuto al fatto che mio padre, ex deejay radiofonico, non l’ha mai fatta mancare in casa e io ho finito per darla per scontata. Oppure, proprio perché era una cosa di casa, ho sviluppato quello spirito di contraddizione tipico del periodo adolescenziale. Fatto sta che la musica non è mai stata fondamentale per me.
Non come lo sono i film o i libri.
Dopo papà i miei selezionatori musicali sono diventati le persone che, a vario titolo, sono entrate nella mia vita. Più di tutto i vari fidanzati del momento. E così sono passata dal periodo Queen al soul di Nina Simone, dagli Aerosmith ai Punkreas, dal rap di Eminem al rock di Aaron Lewis. Tanto che il mio iTunes passa con nonchalance dai Nofx a Bach, da De Andrè a Chet Baker.

Il disinteresse si è trasformato in diffidenza quando mi sono resa conto che quella cosa lì ha la capacità di farti un male assurdo, roba che se ti coglie impreparato puoi ritrovarti con gli occhi pieni di lacrime nella sala d’attesa del dentista.
Sì, perché se malauguratamente ha fatto da sottofondo a qualche momento particolare… sei fottuta. Sarà sempre lì a ricordarti quell’istante, anche dopo anni, anche se sei in ufficio intenta a fare altro o al supermercato a fare la spesa.
Che poi ora con Spotify, le playlist e la funzione radio te le ritrovi a tradimento anche quando non sei tu a decidere di ascoltarle in preda ad un attacco di masochismo.
Avrei un po’ di canzoni da bannare.

Tipo questa. Ché non importa se l’ho riascoltata in decine di situazioni differenti. Ogni volta che giunge alle mie orecchie io torno su quel divano quella mattina in cui abbiamo affidato allo shuffle dell’ipod il nostro risveglio dopo una cena a base di pomodorini e una nottata di risate.

A volte però fa bene. Come ieri al Vittoriale in cui è stata la protagonista, nelle mani di Stefano Bollani, di una di quelle serate che lasciano il segno. Sarà stata la magia della location, l’ironia e il genio di Bollani, il gioco di luci che si rifletteva sul lago ma sono tornata a casa con l’impressione che quella cosa lì mi avesse fatto bene al cuore e avesse messo un po’ a posto il marasma che ultimamente mi porto nell’anima.

C’è quella famosa scena di Manhattan in cui Isaac Davis elenca le cose per cui vale la pena vivere (e ogni volta mi domando perché nella versione italiana Willie Mays sia diventato Joe DiMaggio… ma questa è un’altra storia).
Ecco, forse dovrei iniziare a prendere in considerazione il fatto che quella cosa lì, la musica, potrebbe rientrare nel mio elenco.
Bollani di certo, anche se non ha suonato Mi ritorni in mente.

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Raccontami una storia

Photo by Shelley Powers

Photo by Shelley Powers

Ieri mattina mentre ascoltavo rapita Matteo Caccia parlare del suo progetto Radio Factory mi sono resa conto di una cosa.

Sì, è vero, in questo periodo guardo un sacco di film, leggo tanto, esco spesso, faccio cose, vedo gente. Tutto questo alla disperata ricerca di assecondare qualcosa.

È davvero un bel periodo. A dirla tutta però, quando poi arrivo a casa stanca, c’è una cosa che mi manca. Che qualcuno mi racconti una storia prima di addormentarmi.

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