Meet me in Montauk

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Avevo suppergiù 18 anni l’estate in cui ho deciso di trascorrere la mia pausa dagli studi dando una mano nella casa di riposo del paese vicino. Volevo fare qualcosa di utile ed ero affascinata dalle storie che potevo sentirmi raccontare da quelle persone che avevano solo voglia di essere ascoltate. Tra gli ospiti di quell’enorme edificio c’era anche Mario. Un uomo alto, robusto ed elegante, pieno di energia e con un sorriso per tutti. Fin dall’inizio mi sono chiesta come mai fosse lì. Era autosufficiente e in buona salute, non si trovava di certo nelle condizioni in cui purtroppo stavano molte delle persone che vivevano lì.
Mario ogni giorno puntuale alle 15.00 attraversava il lungo corridoio che portava all’altra ala, suonava il campanello del reparto in cui erano ospitati i malati di Alzheimer ed entrava a prendere sua moglie. Uscivano a braccetto e passavano la successiva ora insieme. Lui le parlava con affetto, la coccolava, cercava di farla ridere. Lei assisteva impassibile a tutto questo, molto spesso reagendo con aggressività.
Mi fermavo spesso ad osservarli e ricordo ancora l’espressione imperturbabile di lei. Deve essere terribile vedere quello sguardo negli occhi della persona che ami, la completa mancanza di tenerezza, di complicità. Per lei era un estraneo. Eppure lui il giorno dopo si ripresentava puntuale alla porta e tutto ricominciava da capo.

Io in quella scena che ogni giorno si ripeteva davanti ai miei occhi ci ho visto l’essenza dell’amore. L’amore incondizionato, quello che dà senza il bisogno di ricevere e avevo una grande ammirazione per quell’anziano signore.
Mi capita spesso di ripensarci e mi piace immaginarmeli mano nella mano, sulla spiaggia di Montauk.

È stato a loro che ho pensato questa mattina quando, ascoltando la radio mentre andavo al lavoro, ho sentito questa notizia. L’idea di avere davanti a me ancora 90 anni da vivere onestamente mi alletta perché, con tutte le cose che vorrei fare, probabilmente me ne servirebbero due di vite. Ma considerando il rovescio della medaglia quello che mi chiedo è… una vita senza ricordi, è vita?

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2 thoughts on “Meet me in Montauk

  1. Senex says:

    Quando l’anno scorso ė morta mia nonna mi sono stupito perché non riuscivo a provare tristezza, e anche mia mamma (sua figlia) la vedevo serena.
    Riflettendoci sono arrivato alla conclusione che in fin dei conti avevo già elaborato il lutto perché l’alzahimer già l’aveva portata via da parecchio tempo.. la nonna è morta, finalmente! Questo pensavo ma non lo avrei mai ammesso! ma per me non era più una nonna, bensì il suo contenitore completamente svuotato della sua persona. Era un corpo che si muoveva seguendo abitudini di una vita, schemi comportamentali rimasti lì, sinapsi che seguivano circuiti predefiniti ben battuti. Quando la guardavo negli occhi sembrava ancora lei, ma quando parlava e mi chiedeva come stava la mia ragazza che non vedevo più da anni mi sentivo ingannato dalla sua malattia come era lei.. E allora le rispondevo ogni volta qualcosa di diverso, come se stessi parlando con un amico ubriaco, o con un risponditore automatico, tanto era uguale, solo per prendermi gioco dell’entità che aveva preso il sopravvento della sua mente, almeno avevo qualcosa di cui parlare!
    Per questo posso affermare che una vita senza memoria non è vita.

  2. veneredimilo says:

    Pur non avendo vissuto direttamente un’esperienza del genere in famiglia sono giunta anche io alla tua stessa conclusione. Un vita senza ricordi non è vita, è tempo che trascorrere inesorabile mentre tu ti lasci vivere.
    Grazie per essere passato di qui e per aver condiviso con me la tua storia.

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