Una cosa divertente che avrei dovuto fare prima

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Foto: Flickr – Christian Dembowski

Io quando vado a teatro piango. Sempre. Non importa che lo spettacolo sia bello o brutto, che sia una tragedia greca o una commedia di Goldoni. Quando tutti gli attori a fine spettacolo compaiono sul palco per la chiamata alla ribalta a me si aprono i rubinetti.
In quello stato esco dal teatro girando per le vie di Brescia che a quell’ora, così deserta e illuminata, è più bella che mai e tra le lacrime ascolto i commenti delle sciure che erano in sala con me.
Per me quello è un istante di assoluta felicità.

Questa cosa la racconto sempre quando mi capita di parlare di teatro con qualcuno, solo che la scorsa estate mentre passeggiavamo davanti al Teatro Grande l’ho detta a Jacopo, uno di quegli amici che ti destabilizza sempre con le sue considerazioni a bruciapelo.
Ed eccolo lì a chiedermi se non avevo mai pensato che forse quella reazione significava che dovevo provare a fare quella esperienza, a iscrivermi a un corso di teatro.
Lì su due piedi ho riso. In quel momento non riuscivo ad immaginare una cosa più distante dal mio carattere e più difficile da fare di quella. Io, che mi vergogno a fermare la gente per strada per chiedere indicazioni, su un palco con gli occhi puntati addosso? Solo l’idea mi metteva ansia.

Quelle parole però mi sono girate in testa per giorni, perché è innegabile che le volte che ho deciso di uscire dalla mia “comfort zone” mi sono successe le cose migliori.

Così a settembre mi sono buttata e ho deciso di fare delle prove in alcune associazioni teatrali. Alla fine però di lezione di prova ne ho fatta solo una perché mi è bastato imbattermi nell’irresistibile verve di Chiara e nella dolce austerità di Antonio per capire che i miei “TSO settimanali” (così poi ho iniziato a chiamare le mie lezioni di teatro) sarebbero stati con loro.
Sono stati mesi difficili. Lunedì divertentissimi, spensierati e folli in cui uscivo leggera e felice e lunedì assolutamente dolorosi. Perché il teatro dà tantissimo ma tira fuori anche un sacco di cose e te le sbatte in faccia.

Tra decine di esercizi strani, pianti e risate fino alle lacrime è quasi arrivato il momento del saggio.
Una cosa semplice eh, mettiamo in scena “solo” un’opera di Alberto Moravia.
Il mondo è quello che è”, un incontro di personaggi assurdi e strampalati proprio come il bellissimo gruppo che si è formato in questi mesi.

Io sono serena comunque, se non fosse per quella perenne sensazione che non saprei bene come rendere se non dicendo che “mi sto cagando sotto”.

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