E morì con un felafel in mano

Sono in Israele da meno di 24 ore e già amo questa terra, ma non c’è da sorprendersi, la amavo prima di partire… Nei libri e nei film che per mesi ho letto cercando di capire e approfondire un territorio che mi affascina e mi incuriosisce. Non sto a spiegare cosa significhi per me questo viaggio, è qualcosa di talmente personale che farei fatica a trasmetterlo.
L’uscita dall’aeroporto è stata più semplice del previsto, poche domande di rito a cui ho saputo rispondere con il mio inglese stentato niente di simile alle leggende metropolitane che mi è capitato di sentire in giro.
Siamo arrivati di sabato, giorno in cui il paese si ferma a causa dello Shabbat, per poi ripartire a pieno ritmo al tramonto. A questo si aggiunge la coincidenza con il Ramadan, per cui il tramonto è davvero il momento in cui il paese torna a rianimarsi.
Le case hanno tutte delle magnifiche terrazze e ci vuole poco per scoprire che per vivere a pieno la vita del luogo devi cominciare a camminare con il naso all’insù. C’è un mondo intero su quelle terrazze.
Il cielo è così strano qui.
I cibi sono decisi, forti e speziati… Il loro sapore ti rimane in bocca per ore e i felafel sono quanto di più buono abbia mai mangiato.
Jaffa è un quartiere meraviglioso fatto di luci colorate, profumi, culture che si mescolano e gente che balla a piedi nudi in piccole piazze di vicoli nascosti. Per un attimo mi è sembrato di essere nel film Chocolat.
L’ospitalità è la cosa che più emoziona, il calore delle persone e la voglia che hanno di farti conoscere la loro cultura. Abbiamo dei vicini musulmani, una famiglia numerosissima con tanti simpatici bambini che si riunisce sotto casa (ovviamente dopo il tramonto). Mettono le loro sedie di plastica in cerchio e passano la loro serata così a chiacchierare, fumare narghilè e bere the. Ti accolgono con il sorriso e ti offrono una sedia, vogliono sapere come ti chiami e offrirti la loro deliziosa bevanda bollente, la migliore che tu abbia mai bevuto e la cui ricetta è assolutamente un segreto. Ti offrono un succo al limone squisito, e ha esattamente il sapore che immaginavi avesse quello che la protagonista de “il giardino di limoni” offriva ai suoi ospiti.
Il signore più anziano, il padre, ha un bellissimo leggìo in legno su cui posa il Corano che legge sottovoce. La sua casa ha un’insegna dorata sulla porta, all’inizio credevo fosse l’insegna di qualche negozio ma, mi spiega il figlio, si tratta di un brano del Corano, una sorta di benvenuto nella sua casa.
I bambini hanno tutti delle deliziose fossette e credo sia questo a farci entrare subito in sintonia, ci riconosciamo in questi vezzi che entrambi abbiamo sul viso.
I bambini ripetono il mio nome terminandolo con un simpatico accento sulla o, Milò dicono sorridendo e io non li correggo. A loro piace così e sembrano felici. Per qualche istante ho l’impressione di esserlo anche io.

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3 thoughts on “E morì con un felafel in mano

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  2. Jakala says:

    Bell’immagine che trasmetti, sembra di essere li in quella città.

    Mi hai dato un suggerimento per i prossimi viaggi.

  3. Alessia says:

    grazie :-)

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