DOF – Depth of field

Te lo ripeto ogni volta che mi rimproveri perché prendo poco in mano la macchina fotografica. Lo sai come sono. A me piace starmene lì tra la Parigi di Doisneau e il sistema zonale di Adams, ad arrovellarmi con le aberrazioni, il grigio medio e gli equilibri geometrici di Bresson, affascinata da questo mondo così scientificamente creativo. Quando però c’è da scattare mi blocco. Mi spaventa l’idea che gli altri possano vedere il mondo attraverso i miei occhi, che mi leggano dentro. Perché quello che vedo è diverso da ciò che vede la maggior parte della gente, e sono io quella strana. Che poi non è vero. Sapessi quante foto ho realizzato da quando stiamo assieme. Ho la mia biottica sempre con me, ed è continuamente all’opera. Hai presente quei due grandi obiettivi orlati da lunghi filamenti neri che vedi spesso puntati su di te? Non si fermano un attimo. Come quella domenica di giugno in cui ci siamo persi in collina. Ricordi? Ci siamo messi a correre come due bambini in mezzo ai campi di grano e io, inciampando, sono caduta a terra. Tu mi sei corso incontro, preoccupato che mi fossi fatta male. L’ho scattata mentre ridevo con le gambe all’insù e tu allungavi la mano per aiutarmi ad alzarmi. Hai tolto una spiga che si era infilata nei miei capelli e hai detto: “È per questo che ti amo”. Sono stata attenta a tutto. L’inquadratura, la luce che ti baciava il viso, il tempo. In quel momento ho pensato che un istante così perfetto non l’avremmo più avuto. Click. Ecco, guarda cosa è uscito!
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Questo raccontino nasce così. Lui mi ha inviato una sua foto e mi ha chiesto di provare a scrivere qualcosa (prosa, poesia, commento tecnico) che avesse qualche attinenza con l’immagine. E di dargli un titolo. Il risultato è quello che avete appena letto.
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