Due o tre cose che ho imparato nel 2013

InstagramCapture_a0ddb9a1-40c7-4dcc-94d7-a25d4469aa89_jpgChe per deformazione professionale pianifico troppo trattando la mia vita come se fosse il progetto di un cliente. Il problema è che non c’è agile o scrum che tenga. Il framework migliore, quando il progetto sei tu, rimane la serendipity che tanto la vita fa un po’ come cavolo le pare e tu sarai sempre impreparato.

Che non ho il cuore anestetizzato, è solo completamente rincoglionito. E che le emozioni, quando meno te l’aspetti, si ripropongono tutte insieme dall’altra parte dell’oceano, in un cinema di Fillmore Street. E non importa se in quel momento sta per iniziare il film di Woody Allen che aspettavi di vedere da un anno, perché tutte le tue certezze sono lì che fanno a cazzotti con le farfalle che hai nello stomaco. E l’unica cosa sensata da fare e aspettare che prima o poi passi.

Che le cose migliori accadono quando metto la testa in stand-by. E non ho ancora capito se sono le persone o i momenti ad essere sbagliati. Ma spesso le persone sbagliate nel momento giusto sono quelle che ci mostrano colori nuovi. E allora vale la pena fare un pezzetto di strada anche con loro.

Ma soprattutto che quest’anno non farò buoni propositi, ché di quelli dell’anno scorso non ne ho mantenuto mezzo.

Di cose che fanno bene (e male) al cuore

Photo by Ed Yourdon
Photo by Ed Yourdon

Il jazz l’ho scoperto qualche anno fa. Per amore. A pensarci bene tutta la musica che conosco l’ho scoperta per amore.
Con la musica ho sempre avuto un atteggiamento da ascoltatrice passiva, più che sceglierla l’ho sempre subita.
Forse è dovuto al fatto che mio padre, ex deejay radiofonico, non l’ha mai fatta mancare in casa e io ho finito per darla per scontata. Oppure, proprio perché era una cosa di casa, ho sviluppato quello spirito di contraddizione tipico del periodo adolescenziale. Fatto sta che la musica non è mai stata fondamentale per me.
Non come lo sono i film o i libri.
Dopo papà i miei selezionatori musicali sono diventati le persone che, a vario titolo, sono entrate nella mia vita. Più di tutto i vari fidanzati del momento. E così sono passata dal periodo Queen al soul di Nina Simone, dagli Aerosmith ai Punkreas, dal rap di Eminem al rock di Aaron Lewis. Tanto che il mio iTunes passa con nonchalance dai Nofx a Bach, da De Andrè a Chet Baker.

Il disinteresse si è trasformato in diffidenza quando mi sono resa conto che quella cosa lì ha la capacità di farti un male assurdo, roba che se ti coglie impreparato puoi ritrovarti con gli occhi pieni di lacrime nella sala d’attesa del dentista.
Sì, perché se malauguratamente ha fatto da sottofondo a qualche momento particolare… sei fottuta. Sarà sempre lì a ricordarti quell’istante, anche dopo anni, anche se sei in ufficio intenta a fare altro o al supermercato a fare la spesa.
Che poi ora con Spotify, le playlist e la funzione radio te le ritrovi a tradimento anche quando non sei tu a decidere di ascoltarle in preda ad un attacco di masochismo.
Avrei un po’ di canzoni da bannare.

Tipo questa. Ché non importa se l’ho riascoltata in decine di situazioni differenti. Ogni volta che giunge alle mie orecchie io torno su quel divano quella mattina in cui abbiamo affidato allo shuffle dell’ipod il nostro risveglio dopo una cena a base di pomodorini e una nottata di risate.

A volte però fa bene. Come ieri al Vittoriale in cui è stata la protagonista, nelle mani di Stefano Bollani, di una di quelle serate che lasciano il segno. Sarà stata la magia della location, l’ironia e il genio di Bollani, il gioco di luci che si rifletteva sul lago ma sono tornata a casa con l’impressione che quella cosa lì mi avesse fatto bene al cuore e avesse messo un po’ a posto il marasma che ultimamente mi porto nell’anima.

C’è quella famosa scena di Manhattan in cui Isaac Davis elenca le cose per cui vale la pena vivere (e ogni volta mi domando perché nella versione italiana Willie Mays sia diventato Joe DiMaggio… ma questa è un’altra storia).
Ecco, forse dovrei iniziare a prendere in considerazione il fatto che quella cosa lì, la musica, potrebbe rientrare nel mio elenco.
Bollani di certo, anche se non ha suonato Mi ritorni in mente.

Frammenti di Berlino

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Disclaimer: Questo post non vuole essere in alcun modo un resoconto sulle cosa da vedere e fare a Berlino. Per quello c’è Google, una miriade di siti e un’infinità di guide. Di seguito troverai solo degli appunti sparsi che ho annotato sulla mia Moleskine e che riguardano riflessioni, pensieri e sensazioni dei miei 4 giorni nella capitale tedesca.

 

È la prima volta che lascio a casa la project manager che è in me per vivere una città all’insegna della serendipity. Sì, una guida con me l’avevo ma più per l’esigenza di avere informazioni storiche e culturali relative ai monumenti in cui mi sarei imbattuta che per la necessità di avere qualcuno che mi dicesse dove andare o quale itinerario seguire.
Sono atterrata in aeroporto senza sapere con precisione quale linea della metro prendere per arrivare all’albergo e mentre guardavo la coda di persone in fila per acquistare la Berlin Welcome Card ho deciso che non avrei preso alcun biglietto per i mezzi pubblici ad eccezione di quelli che mi sarebbero serviti per andare e tornare in aeroporto.

Sono salita sulla prima metro che, così a naso, poteva suonarmi sensata. La cosa che mi ha subito colpito è stata la percentuale di persone che leggeva attorno a me. Nessuno con iPad o lo smartphone in mano, tutti con un libro o una rivista. Una gioia per me che quando viaggio mi diverto a sbirciare le letture altrui. Sì, sono una di quelle che allungano gli occhi per vedere la copertina del libro che stai leggendo o, se sono seduta al tuo fianco, cerco di leggere un paio di righe per capire qual è la storia che ti rapisce in quel modo. Ecco, con il tedesco (lingua a me sconosciuta) questo giochino è diventato un po’ più difficile del previsto. La ragazza dai capelli rossi seduta davanti a me era assorta nelle pagine di un libro sulla cui copertina si alternavano righe orizzontali di due diverse tonalità di azzurro. Non sono riuscita a leggere il nome dell’autore ma il titolo conteneva la parola “pyjamas” e non è stato difficile capire di che libro si trattasse. L’ho trovato un ottimo inizio.

Arrivata in centro la cosa che per prima ha colpito la mia attenzione è stato l’omino verde che campeggia sui semafori pedonali della parte est della città. Credo di essermi fermata a fissarlo per almeno 5 minuti sorridendo. Quella sagoma di profilo con il cappello in testa mi continuava a ricordare qualcosa. Poi ho capito. Ogni volta che mi trovavo ad attraversare la strada mi aspettavo di vedere da un momento all’altro Mister Magoo passare accanto a me sulle strisce pedonali. Più tardi ho scoperto che quell’ omino verde ha un nome. Si chiama Ampelmännchen, ha quasi 53 anni e una storia bellissima.

Ai tubi rosa e blu che vedevo passare sulla mia testa sbucando ogni tanto in posti del tutto inappropriati ho fatto un po’ fatica ad abituarmi. Poi però ci fai l’occhio e inizi a vederli come un elemento distintivo, quasi artistico, della città.

Il terzo giorno, dopo aver macinato decine di chilometri a piedi, ho optato per la bicicletta. L’inizio è stato abbastanza traumatico. Berlino è sicuramente una città amica dei ciclisti, mia un po’ meno. :) Sono partita timorosa pedalando sui marciapiedi insieme ai pedoni, con le loro conseguenti e giustificatissime imprecazioni. Ho deciso allora di avventurarmi in strada con il sottofondo dei clacson delle auto. La cosa non è migliorata nei tratti con le corsie dedicate ai ciclisti, ma questa è un’altra storia. Col senno di poi posso dire che la bicicletta è il mezzo migliore per scoprire Berlino. Mi ha permesso di perdermi un sacco di volte, di scoprire vicoletti e angoli in cui a piedi non sarei mai arrivata e il senso di libertà provato nel pedalare con la musica nelle orecchie, il naso all’insù volto a cercare dettagli nascosti e il vento tra i capelli… è davvero qualcosa di impagabile.

Ho visto pochissimi musei e trascorso un sacco di ore all’aria aperta. Credo che i parchi siano il luogo migliore per osservare e capire un popolo e il suo stile di vita. I parchi berlinesi sono pieni di papà che passano il tempo con i propri figli, di mattina, in piena settimana lavorativa. E poi ci sono i biergarten. Un’oretta lì e appare subito evidente quanto i berlinesi tengano al loro tempo libero e alla qualità della loro vita… oltre che alla birra.

L’ultimo giorno sono partita in cerca del cimitero ebraico di Weißensee. La via in cui si trova non era nemmeno all’interno della piantina che mi hanno dato in albergo. Ho pedalato un po’ ma ne è valsa la pena. Per quello che ti lascia visitare un luogo simile e per l’incontro che ho avuto con un simpatico vecchietto che si occupava di ripulire le tombe dalle erbacce. Quel buffo tentativo di dialogo e la sua espressione dispiaciuta per la nostra incapacità di riuscire a comunicare li porto a casa con me insieme alla sensazione che quell’ometto avrebbe avuto un sacco di storie da raccontarmi se solo avessi saputo il tedesco.

Ps: I frammenti, per immagini, di quello che ho visto li trovate qui.

Networ…chi?

Photo by Luca Sartoni

Sono passati ormai due anni dalla mia prima girl geek dinner, ricordo ancora il mio arrivo a Milano intimorita. Non conoscevo nessuno e ci ho messo un po’ prima di trovare il coraggio ed entrare nel locale che ospitava la cena. All’ingresso sono stata accolta con molto entusiasmo dalle ragazze del team che hanno cercato subito di farmi sentire a mio agio.

Dopo essermi ovviamente buttata sul buffet per nascondere l’imbarazzo (e placare la fame) mi sono ritrovata in un angolo a fare tapezzeria. Molte persone già si conoscevano, la gente arrivava e si salutava e io ero troppo timida per buttarmi nella mischia fino a quando non sono arrivate due splendide fanciulle sorridenti, Paolina e Domitilla,  che hanno iniziato a chiacchierare con me. Da lì un po’ alla volta ho conosciuto tutti e sono tornata a casa davvero soddisfatta.
Avevo apprezzato tanto la serata, l’atmosfera, la voglia di conoscere persone nuove con le tue stesse passioni. Quella è stata la prima ggd di una lunga serie da cui poi è partita l’idea di creare il gruppo anche a Brescia.

Ieri sera ero al quinto compleanno delle GGDMilano. Con me c’erano due amiche una delle quali era alla sua prima cena geek. Un po’ delusa mi dice “Mi aspettavo una cosa diversa, qui tutte parlano tra di loro e fanno gruppetto, a nessuna interessa conoscere persone nuove”.
La cosa che più mi ha fatto riflettere, oltre al constatare che avesse ragione, è il fatto che ormai sono talmente abituata a queste dinamiche da non farci nemmeno più caso. Queste cene sono diventate la scusa per rivedere conoscenti che normalmente, presi dalla frenesia della vita di tutti i giorni, si fatica ad incontrare; una sorta di aperitivo tra amici.. con il vantaggio di non avere lo sbattimento dell’organizzazione perché c’è chi ti dice dove e quando.
La sensazione è che l’idea di networking (e un po’ anche di geek) che sta alla base di questi incontri sia andata scemando per lasciare il posto all’autorefenzialità e all’esigenza di creare valore aggiunto… per sé stessi.

È solo una mia impressione o si sta partendo un po’ per la tangente?

PS: Il prossimo mese dovrebbe esserci la nostra prima cena a Brescia. Ecco, se qualcuno di voi verrà e riscontrerà un clima del genere… è pregato di venire a prendermi per le orecchie :)

L’arte di improvvisarsi Digital PR

Sempre più spesso in questo ultimo periodo mi sono ritrovata a riflettere sull’attività di Digital PR. Da un lato il mio ruolo nella startup in cui lavoro richiede delle attività trasversali che comprendono anche questa competenza. Dall’altro il semplice fatto di avere un blog (seppur personale, poco curato e spesso abbandonato a se stesso) pare abbia fatto di me una blogger e quindi destinatario di mail da parte di agenzie di digital PR.
Da qui nascono alcune mie considerazioni.
Per carattere tendo sempre a voler fare le cose con competenza, professionalità e cognizione di causa. Non sono nata “imparata” e non ho fatto studi universitari nel settore (sempre che ne esistano). Mi sono però documentata, ho osservato e a questo ho aggiunto una giusta dose di buon senso.

Nel frattempo ricevo mail di inviti ad eventi. Tra queste ci sono anche quelle di agenzie serie e molto professionali alle quali rispondo sempre con molto piacere.

Ma ci sono anche casi di agenzie che, a mio avviso, si improvvisano esperte di digital pr magari perché lavorano sul web (probabilmente facendo siti internet) e devono “fornire al cliente un servizio a 360°” (non l’avevate mai sentita vero?)

Ma parliamo di casi concreti. Non entro nel merito degli errori di ortografia, refusi, a cui sarebbe giusto prestare attenzione ma possono capitare. I contenuti e il modo però li trovo fondamentali.

1 – a giugno ricevo l’invito ad un evento “riservato ai blogger (10 massimo)”, talmente esclusivo che “saresti le uniche mamme”. Mi sfugge un particolare, da quando sono una mamma?

2 – ad agosto altro invito per partecipare “al nostro blogger day speciale mamme e bambini”. Rispondo che sono interessata specificando però che non sono una mamma e, per la proprietà transitiva, non ho bambini :) Il mittente, non sapendo come uscirne mi risponde invitandomi al press day poiché “se non hai bimbi ti annoieresti al blogger day non credi”? Anche qui mi sfugge un particolare, ma non siete stati voi ad invitarmi?

3 – non più tardi di ieri ricevo una mail che mi si chiede di “mantenere riservata” (chiedo scusa per la fuga di notizie ma trattasi di dettaglio probatorio ;) ) poiché è rivolta “alle migliori 25 blogger del mondo beauty e lifestyle”. Segue la spiegazione dell’evento/campagna/nonhocapitobenecosa. Anche qui mi sfugge una cosa, io cosa c’entro? Rispondo che l’evento mi interessa ma che, come dovrebbe sapere, ho un blog assolutamente personale che non tratta di beauty. Nessuna risposta.

L’impressione che ho è che si sia diffusa l’idea che per fare digital pr si debba riempire il blogger in questione di complimenti, moine e lusinghe che sconfinano nella ruffianeria.

Con me questo atteggiamento non funziona, anzi, mi indispone.
Perché devi fingere di leggere il mio blog se nemmeno sai di cosa parlo?
Perché prima di farti passare dei database a caso non passi 10 minuti a cercare di sapere qualcosa della persona a cui stai per scrivere? Lo so, ci vuole tempo ma come puoi instaurare una relazione (ricordi P sta per public ma R per relation?!) se non sai chi stai contattando? Qual è il valore aggiunto che fornisci al tuo cliente invitando al suo evento l’ultimo blogger che sei riuscito a raccattare a caso?

Io queste mail le tengo a perenne monito per ricordarmi cosa NON fare. Nel frattempo spero che il lavoro delle agenzie serie non venga svilito da questi esperti dell’improvvisazione.

Di bene in meglio

Credevo fosse difficile trovare una location all’altezza della precedente, nonostante gli spazi diventati ormai strettissimi e il caldo che iniziava a farsi sentire eccessivamente. Così quando mercoledì ho lasciato Castello Malvezzi devo ammettere che avevo un po’ di tristezza nel cuore. Era un aspetto che ho troppe volte sottovalutato negli ultimi anni, ma spesso la location giusta aiuta eccome nell’approccio con cui vivi il lavoro oltre che contribuire a concentrazione e creatività. Me ne sono resa conto ogni mattina, quando percorrendo la non proprio comodissima e alquanto tortuosa strada che mi portava in ufficio mi bastava salire lungo il viale alberato di ingresso al castello per sentirmi meglio. Può sembrare banale ma passare le ore lavorative osservando pavoni, upupa e un giardino fiorito al posto delle rotaie di una ferrovia può fare la differenza anche in termini di stimoli lavorativi.
Eppure Brescia è riuscita ancora a sorprendermi. In una zona industriale che credevo adibita ai magazzini dei vari corrieri espresso si nasconde un altro piccolo gioiello immerso nella natura: il Superpartes Innovation Campus. Quando il cancello d’ingresso si apre trovi ad accoglierti un meraviglioso parco e la mancanza dei pavoni viene ampiamente sostituita dalla presenza dei dolcissimi caprioli. A questo si aggiunge il fatto che abbiamo la grande opportunità di entrare in contatto una nuova realtà che ha l’innovazione nel dna oltre che nel nome. :)
Alla domanda di rito che con una certa assiduità mi viene fatta “perché non cerchi lavoro a Milano?” più che mai rispondo… “perché fino a quando ho la fortuna di poter lavorare in posti come questo io da qui non mi muovo”. E non solo per il verde, ma perché sono convinta che non si debba necessariamente andare a Milano per respirare innovazione :)

Toda, Israele!

Da giorni tento di raccogliere le parole con l’intento di trasmettere le emozioni che mi porto dentro al termine di questo viaggio ma l’impresa sta risultando più difficile del previsto. Il motivo è che torno con un turbinio di emozioni ed esperienze fortissime e con l’incapacità di riuscire ad esprimerle adeguatamente, o peggio ancora, con la paura di svilirle.
Sono partita credendo di essere preparata su questo Paese, qualche film, un paio di libri specifici pensavo fossero sufficienti a darmi un’infarinatura di quella realtà. Mi sbagliavo.
Ho visto un terzo delle cose che avevo in programma di vedere ma questa è la cosa positiva visto che mi impone un prossimo viaggio in questa terra. :)
Una persona mi ha chiesto come mai io, atea praticante, miscredente avessi questo desiderio fortissimo di conoscere una terra che trasuda spiritualità, religione e misticismo. Le risposte sono tante e quasi nessuna ha a che fare con la religione, nel senso che non ero in alcun modo alla ricerca della vocazione religiosa ;). Anzi, questo viaggio non ha fatto altro che confermare le mie convinzioni sulla religione.
Il motivo principale era che volevo farmi una mia idea sulla “questione palestinese”, qualcosa che andasse oltre il semplice leggere libri scritti da israeliani e palestinesi vedendo con i miei occhi queste realtà e il modo in cui vivono e convivono. Mai più di tutto perché sono sempre stata convinta (e lo sono più che mai dopo questo viaggio) che la diversità sia una grandissima ricchezza ed ero certa che questo paese con le sue contraddizioni, le sue culture, i suoi popoli e le sue religioni mi avrebbe fornito tantissimo materiale “nuovo”, degli stimoli diversi da quelli che sono abituata a respirare quotidianamente. E parlo di tantissimi aspetti: un miscuglio di profumi che provengono da cucine differenti, quartieri in cui convivono sinagoghe, moschee e chiese, contaminazioni musicali, abbigliamenti differenti, tradizioni religiose che si accavallano.
Forse ho solo bisogno di metabolizzare ancora un po’. Anche perché mi piacerebbe molto condividere le mie impressioni su questo viaggio con qualcuno che ha intenzione di visitare questo paese ma che magari ha delle remore.
Nel frattempo ho altri film da vedere, una decina di nuovi libri che mi serviranno a dare delle risposte alle mie nuove domande, e un corso di ebraico che non vedo l’ora di cominciare :)

E morì con un felafel in mano

Sono in Israele da meno di 24 ore e già amo questa terra, ma non c’è da sorprendersi, la amavo prima di partire. Nei libri e nei film che per mesi ho letto cercando di capire e approfondire un territorio che mi affascina e mi incuriosisce. Non sto a spiegare cosa significhi per me questo viaggio, è qualcosa di talmente personale che farei fatica a trasmetterlo.
L’uscita dall’aeroporto è stata più semplice del previsto, poche domande di rito a cui ho saputo rispondere con il mio inglese stentato niente di simile alle leggende metropolitane che mi è capitato di sentire in giro.
Siamo arrivati di sabato, giorno in cui il paese si ferma a causa dello Shabbat, per poi ripartire a pieno ritmo al tramonto. A questo si aggiunge la coincidenza con il Ramadan, per cui il tramonto è davvero il momento in cui il paese torna a rianimarsi.
Le case hanno tutte delle magnifiche terrazze e ci vuole poco per scoprire che per vivere a pieno la vita del luogo devi cominciare a camminare con il naso all’insù. C’è un mondo intero su quelle terrazze.
Il cielo è così strano qui.
I cibi sono decisi, forti e speziati. Il loro sapore ti rimane in bocca per ore e i felafel sono quanto di più buono abbia mai mangiato.
Jaffa è un quartiere meraviglioso fatto di luci colorate, profumi, culture che si mescolano e gente che balla a piedi nudi in piccole piazze di vicoli nascosti. Per un attimo mi è sembrato di essere nel film Chocolat.
L’ospitalità è la cosa che più emoziona, il calore delle persone e la voglia che hanno di farti conoscere la loro cultura. Abbiamo dei vicini musulmani, una famiglia numerosissima con tanti simpatici bambini che si riunisce sotto casa (ovviamente dopo il tramonto). Mettono le loro sedie di plastica in cerchio e passano la loro serata così a chiacchierare, fumare narghilè e bere the. Ti accolgono con il sorriso e ti offrono una sedia, vogliono sapere come ti chiami e offrirti la loro deliziosa bevanda bollente, la migliore che tu abbia mai bevuto e la cui ricetta è assolutamente un segreto. Ti offrono un succo al limone squisito, e ha esattamente il sapore che immaginavi avesse quello che la protagonista de “il giardino di limoni” offriva ai suoi ospiti.
Il signore più anziano, il padre, ha un bellissimo leggìo in legno su cui posa il Corano che legge sottovoce. La sua casa ha un’insegna dorata sulla porta, all’inizio credevo fosse l’insegna di qualche negozio ma, mi spiega il figlio, si tratta di un brano del Corano, una sorta di benvenuto nella sua casa.
I bambini hanno tutti delle deliziose fossette e credo sia questo a farci entrare subito in sintonia, ci riconosciamo in questi vezzi che entrambi abbiamo sul viso.
I bambini ripetono il mio nome terminandolo con un simpatico accento sulla o, Milò dicono sorridendo e io non li correggo. A loro piace così e sembrano felici. Per qualche istante ho l’impressione di esserlo anche io.

(About me) Di alcuni consigli a chi un giorno incontrerà una maga*

Come volete che sia una maga? Dipende. Quella che ho incontrato io ha capelli scuri e ricci, ma non abbastanza perché vi rimangano impigliate le dita di un uomo normale, e mani di organza che sanno curare senza la pretesa morbosa di irretire, così delicate che nemmeno il destino ha osato imprimervi la severa cartografia di quel che sarà e di quel che è stato. A volte potrebbe capitarvi di vederla muoversi distrattamente. Non lasciatevi ingannare. Lei conosce a memoria il dizionario delle sirene e ogni suo sguardo, l’infiorescenza di ogni suo sorriso, ogni suo muto gesto si coniugano secondo i tempi e le movenze di una grammatica d’amore padroneggiata senza studio e affettazioni accademiche. Vezzi e fossette (tre, a comparsa una per guancia e quella perennemente a guardia del suo mento) seducono obbedendo non a lei e ai suoi capricci, ma alla vostra abilità di presentire ciò che lei non si aspetta. In questo senso a volte un vostro sguardo o un vostro gesto, persino una smorfia inconsapevole potrebbero bastare a schiantarvi in prima fila allo spettacolo di una seduzione commossa. A volte potrebbero istantaneamente eclissare ogni vostra velleità d’essere sedotti. Inutile cercare una logica o un automatismo. Di fronte a lei vi sentirete comunque e sempre impreparati. Anzi, quello che potrete fare è prepararvi al peggio: verranno i giorni in cui i vostri sguardi, le vostre carezze, le parole scovate nei libri degli altri che siete andati a mordicchiare affamati di un talento all’altezza dei vostri sentimenti, i vostri regali, le vostre battute, le vostre patetiche canzoni, persino la vostra assoluta assenza, ecco ci saranno giorni in cui tutto questo le sarà indifferente, o peggio, sarà scambiato per gli sguardi, le carezze, le parole geniali, i regali, le battute, le canzoni, l’assenza insopportabile di un altro. Non preoccupatevi di sapere di chi si tratti. Non è nemmeno detto che sia un uomo. E nemmeno è detto che si tratti di una persona, in generale. E’ semplicemente l’altro. La nostalgia di qualcosa di già vissuto, la rabbia per qualcosa che deve essere rimasto insopportabilmente sospeso e inconcluso, ma anche la curiosità felina di nuove esperienze, nei cui piani, ahimè, voi non sarete contemplati. Riceverete, se questo vi rincuora, dei regali stranissimi e preziosi, perché alla Maga piace fare regali agli amici, senza il bisogno di attendere ricorrenze da almanacco a meno che non appartengano al calendario lunare dei bisogni e dei sogni altrui. Al momento di consegnarvi il vostro, avrete gli occhi bendati. E quando la benda cadrà il mondo, il vostro mondo, scomparirà: di fronte a voi la stravaganza di una seduzione semplice che appagherà un bisogno che nemmeno voi sapevate di avere. Ma lei sapeva, e questo vi basti. E lei, solo lei, in quel momento sarà il vostro il mondo. Nient’altro. Nessun altro. Sarà come se tutto si stesse fermando davanti alla sua intuizione di voi. Credevate di conoscervi? Non siate boriosi con lei, mai. Così la sua magia non consiste in altro che in questo: catturare quell’immagine di voi che vi era sfuggita o su cui forse non avevate il coraggio di indugiare. Una fotografa sublime, generosamente spontanea. Squarcerà la tela su cui vi credevate così ben ritratti e dietro di essa comparirà il dettaglio vitale, a volte fatale, di un’altra rappresentazione, senza la quale, man mano che la scoprirete (e lei in questo vi aiuterà costantemente), non potrete più nemmeno guardarvi allo specchio. Nel vicinato, nel mondo?, nell’universo?, nessuno imbandisce colazioni più gustose delle sue, ma chi voglia assaggiarne la fragranza deve avvicinarsi di parecchio alle insidie del suo corpo e di una caffettiera in cui lei un giorno ha deciso di rinchiudere le rime sdentate di una ingenua e toccante poetica dell’imperfezione. Io l’ho conosciuta, la Maga, credetemi. Nel giorno più amaro della mia vita, l’incontro più dolce di un’esistenza. Chiasmo fatale. L’irripetibile dono del destino. E già ora la mia carne e il mio spirito non reggono più la nostalgia del suo corpo e della sua anima, i miei passi hanno bisogno dei suoi piedi, le mie mani dei suoi fianchi, i miei occhi delle sue visioni, i miei pensieri delle sue parole, le mie parole della sua bocca, il mio amore della sua seduzione. Non c’è giorno, non c’è lembo delle mie notti bianche in cui io non mi senta in tumulto alla sola idea che non ci sarà mai condanna più dolce della sete di sfiorarla, stringerla, abbracciarla, baciarla, accarezzarle i capelli, sognarla, goderla, amarla, perderla, trovarla, perderla di nuovo e ritrovarla nel cono d’ombra di un sottopassaggio di periferia, assetata di me. Mi vida se acaba, y tu eres la estrella que alumbra mi ser, mi prólogo albicante. Perché alla Maga piace lo spagnolo. Così come le piacciono i film, i libri, il nitore e la grazia eterea delle sculture di Canova, la fotografia, la pittura, il colmo dei tetti su cui le giornate abdicano in favore delle notti, le foglie d’autunno: di tutto questo si abbevera, e tutto deve avere il sapore della vita perché lei vi restituisca in un sorriso la gioia dell’appagamento. E mentre lei si abbevera, voi la guardate. All’inizio vi sentite morsi dall’ansia d’essere esclusi, vi sentite scomparire, la terra si sbriciola sotto i piedi. Finché non vi guarda, vi prende per mano, e vi invita a infilare le quinte del suo sguardo sulle cose. Perché la Maga condivide. Non è mai avida di solitudine narcisistica. Il suo sapere ha sempre i modi del voler sapere. E allora, forse, un ruolo riuscirete a ritagliarvelo anche voi. Insegnatele non chi siete, questo ve lo spiegherà lei stessa, ma chi potreste essere, perché questo lei vuole imparare: ciò che un uomo è in grado di esprimere, sentire e rappresentare. Incantata lei indugerà sull’incantesimo dei vostri occhi affamati di un mondo che volete spremere e raccontare. Perché alla Maga piace che le si raccontino storie. Si nutrirà dei loro dettagli, dei nomi che vi appaiono e scompaiono, della vostra voce su cui esse si avvitano per non farsi sradicare e perdersi nel mondo senza più qualcuno che possa raccontarle.

*tempo fa avevo chiesto il vostro aiuto per la sezione “about”, perché è davvero difficile per me descrivermi. Immagino dunque quanto possa esserlo per qualcuno che ti osserva da fuori percependo solo determinare sfumature. Poi c’è chi arriva a leggerti nell’anima… come in questo caso.

Mai reader mai*

In principio fu “MAI”. Troppo legata alla carta, al suo odore, alle sottolineature, alle pagine sgualcite, alle note a margine, alla storia che può raccontare. Poi in un viaggio in treno verso Milano ho ceduto alla curiosità e ho voluto toccare con mano un Kindle. Il primo pensiero “caspita è leggero”, avrei potuto evitare il peso dei 4 libri che mi sono portata con me. Lo schermo è fantastico, non hai quella sensazione di essere davanti ad un computer. Lì è stato un “quasi, quasi…”. Mi sono ripromessa niente acquisti di impulso e così ho accantonato il pensiero, fino a ieri sera quando mi sono trovata tra le mani il Reader della Sony nelle versioni Pocket Edition (5” per 160g) e Touch Edition (6″ per 225 g). Il “quasi, quasi” è diventato un “lo voglio!” dopo 10 minuti di test.
Basta scorrere il dito sullo schermo per sottolineare i passi preferiti e  lo stilo incluso permette con facilità di inserire note. La versione touch supporta i formati mp3 consentendo l’ascolto di musica. I dizionari multilingue integrati sono un invito ad un’attività che troppo spesso trascuro: il piacere della lettura in lingua originale. Come darle quindi torto? “comprare un libro senza muovermi dal divano, senza aspettare la spedizione (e far coincidere i miei orari, quelli della posta o dell’ufficio) e iniziare a leggerlo a due minuti dall’acquisto. poi uno mi viene a dire, l’odore della carta.” Specie quando, con un po’ di ironia, anche il problema degli odori è risolto.
Mi sono fatta una domanda sciocca: ‘perché leggo?’ perché adoro le parole, la musicalità che esce dal loro accostamento, i mondi che si riescono a costruire unendole assieme in un racconto, un romanzo, perchè ho la possibilità di vivere le vite di altri, le storie di altri, per le emozioni che l’autore riesce a trasmettermi, per quello che ha il potere di tirarmi fuori … e questo prescinde dal supporto. Julio rimane quel maledetto molestatore della mia anima anche su reader. Shakespeare sa commuovermi anche da uno display a contrasto elevato.
Insomma, una cosa non esclude l’altra. Io alla mia libreria non rinuncerei mai e continuerà inesorabilmente a crescere.
Come lei è la prima cosa che guardo (e continuerò a guardare) in un uomo e penso a come suonerebbe meno romantica, oltre che ambigua, la richiesta “mi mostri il tuo reader?” :) Ma un lettore e-book credo che diventerà presto il mio inseparabile accessorio da borsetta.

PS: Alla presentazione c’era anche Alessandro D’Avenia che ci ha intrattenuti leggendo qualche passo del suo libro oltre a raccontare alcuni aneddoti legati al suo ruolo di professore al liceo. Alessandro è uno di quegli insegnanti che avrei voluto avere anche io. Ha parlato di whiteboards, internet e di come sia facile catturare, incuriosire gli studenti passando da Walt Whitman alla visione di uno spezzone dell’ Attimo Fuggente su You Tube. Pensavo alla mia vita da studentessa in cui le uniche possibilità per approfondire certi argomenti erano legate ai libri presenti in casa o alla biblioteca di paese, che se eri fortunato ti dava la possibilità di aggiungere qualche riga in più alla tua ricerca. Ora qualsiasi cosa tu stia cercando è a portata di click. Mi è venuta voglia di tornare sui banchi di scuola. Deve essere stupenda la vita di uno studente 2.0.

* citando Gallizio